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Italians do it better

La delocalizzazione all'estero per molte aziende italiane si è rivelata controproducente. Sì, d'accordo, in Paesi come Turchia, Cina, Corea, Romania e India, il costo del lavoro è ancora molto più basso che in Italia e poi non ci sono sindacalisti intransigenti ed invasivi, tipo Maurizio Landini, che ancora svolgono il proprio mestiere e che pretendono di difendere alla lettera i diritti di chi lavora. Figuriamoci

La questione è che alcune aziende italiane pare abbiano toccato con mano che non si può sempre basare il proprio successo ed il futuro sulla riduzione del costo del lavoro. Un punto che è tanto più vero per un Paese come l'Italia la cui immagine nel mondo viene associata allo stile e alla qualità. 

Le aziende hanno dovuto prendere atto che in molte realtà estere la manodopera locale non è qualificata. Non è insomma all'altezza di quella italiana. Di conseguenza la qualità del prodotto risulta troppo spesso scadente. E nel caso della Cina vi è un altro aspetto che rende sempre meno conveniente investirvi. Lo sviluppo economico ed il benessere diffuso in larghi strati della popolazione ha innescato gli inevitabili contraccolpi in campo lavorativo. Non è più possibile pretendere di imporre salari da fame e ritmi di lavoro al limite dello schiavismo. Non è più possibile sia perché molti operai si rifiutano di farlo, appoggiati in questo da sindacati che si sono fatti coraggio ed hanno alzato la testa e la voce. Sia perché le condizioni di lavoro di alcuni Paesi vengono utilizzati da diversi organismi internazionali per sollevare interrogativi su tali realtà e minacciare campagne di boicottaggio. Oltretutto, sempre per quanto riguarda la Cina, e in Italia ne abbiamo continua esperienza, le materie prime utilizzate nei processi produttivi risultano molto spesso tossiche. Il controllo di qualità è infatti piuttosto basso e molto spesso inesistente. Si corre così il rischio concreto di essere portati in giudizio e di vedersi richiedere risarcimenti record. 

Che un prodotto venga realizzato in Italia diventa così una garanzia di qualità che è poi quello che viene richiesto dai consumatori alle aziende nazionali. L'aspetto curioso è che questa svolta ha interessato non soltanto alcune aziende del settore tessile che si erano spostate in Cina contando non soltanto sul basso del costo del lavoro e su materia prima (cotone e seta in abbondanza), ma coinvolge anche talune aziende operanti nel campo (tipo la Beghelli) dell'elettronica che hanno lasciato Pechino. E questo sembra quasi un controsenso perché Paesi come la Cina sono all'avanguardia in tale settore e forniscono di componenti sia le aziende nazionali che quelle americane. Ma evidentemente l'aspetto della qualità del prodotto, ha pesato più degli altri. 

Singolare è poi il fatto che tale fenomeno ha riguardato imprese che hanno riportato in Italia produzioni che erano state impiantate in Paesi dell'Unione Europea con un sistema industriale avanzato come Francia e Gran Bretagna. La svolta, per ora modesta ma comunque indicativa, sembra essere stata quindi il frutto di valutazioni di una precisa strategia industriale. Per vincere sul cosiddetto mercato globale si deve utilizzare qualcosa di più che quella più semplice ed immediata di intervenire sul costo del lavoro e tagliare le retribuzioni. E questo non può che essere quel quid italiano nel quale la professionalità degli operai e la loro dedizione al lavoro si sommano all'inventiva degli imprenditori. È insomma il trionfo dell'unicità del modello del made in Italy che ancora all'estero rimane oggetto di studio. 

Dovrebbe essere un motivo di orgoglio e di soddisfazione registrare questa svolta e leggerla come un miracolo. Ma le imprese che tornano in Italia si sono trovate di fronte alla stessa realtà che si erano lasciate alle spalle. Infrastrutture inadeguate e un sistema fiscale asfissiante ed iniquo. Ed ancora, una burocrazia idiota, espressione di un sistema politico che gode a mettere in difficoltà le imprese che vogliono lavorare perché è condizionata nel suo intimo da una mentalità punitiva (di stampo catto-comunista) verso chi crea ricchezza. Per non parlare poi di un mondo bancario che invece di finanziare le imprese (e di soldi ne ha in quantità) preferisce acquistare titoli di Stato, legandosi sempre più in tal modo al mondo politico. 

Irene Sabeni

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