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Operazione Mattarella: il Sistema se la ride

Pensa tu: per sostituire Napolitano c’era pronto un individuo “di altissimo profilo” quale Sergio Mattarella, come ormai ci viene ripetuto senza posa, e quasi nessuno lo sapeva. Un’ignoranza talmente diffusa, del resto, da coinvolgere non soltanto i comuni cittadini che non seguono un granché le vicende della politica, ma anche una miriade di quelli che invece dovrebbero farlo, vuoi perché agiscono all’interno dei partiti, vuoi perché se ne occupano da giornalisti.

E invece no. Tenebre fitte, prima dell’annuncio fatale. Lo stesso uomo che ora viene celebrato in tutte le salse – da un De Mita che ci assicura trattarsi di una «persona seria e studiosa» che riflette prima di parlare e che perciò costituisce «una novità importante», ai media che innalzano a dimostrazione di ammirevole sobrietà il fatto che nei suoi primi spostamenti dopo l’investitura a Capo dello Stato abbia utilizzato una semplice Panda – viveva defilato e quasi negletto, pur avendo delle doti così straordinarie e dei trascorsi così impeccabili. Che peccato. Bisognerebbe proprio che il Governo ponesse rimedio a situazioni analoghe: vai con un bell’Albo d’Oro delle Eccellenze Nazionali, da consultare liberamente e on-line (magari con qualche tweet che di tanto in tanto ce ne ricordi l’esistenza, nonché i magnifici membri inseriti nel Sommo Elenco), e noi tutti potremo trovarvi motivo di rassicurazione e conforto, mentre attendiamo trepidanti che il miracolo si compia e il Pil nazionale riprenda a salire.

Sarcasmi a parte, la questione è serissima. Con l’elezione di Mattarella si aggiunge un altro tassello, importante, alla strategia che nel novembre 2011 è stata avviata, o palesata, con le dimissioni di Berlusconi e la nomina di Mario Monti a Palazzo Chigi. Una strategia di consolidamento dell’establishment che in questi ultimi tre anni ha avuto una drastica accelerazione, ma che ha radici lontane e da fissare, quantomeno, nell’avvento della Seconda Repubblica e nei continui tentativi di instaurare un modello bipartitico e un governo di stampo presidenziale. Allo scopo di pervertire ancora di più la sovranità popolare, imbrigliando l’autonomia del Parlamento e concentrando la leadership nelle mani di un solo uomo.

A ragione, sabato scorso, Lucia Annunziata ha sintetizzato ciò che era appena avvenuto scrivendo che «con quattro minuti di applausi [quelli tributati dai Grandi elettori a Mattarella, per acclamarne la nomina] è nato il Partito della Nazione», in cui riemerge «quella eterna anima solida e nascosta del grande moderatismo italiano, quel ceppo immarcescibile su cui tende a tornare sempre la storia del paese quando si affloscia» e in cui pertanto «c'è ora posto per tutti, con identico cuor contento». In pratica, una sorta di Grosse Koalition in via permanente. Ovvero, per dirla in maniera meno cortese, una Grande Ammucchiata a tempo indeterminato.

La Annunziata, manco a dirlo, ne dà una lettura sostanzialmente positiva, ma il fenomeno l’ha centrato. Ed è appunto su questo aspetto che dovrebbe incardinarsi, e non da oggi, qualsiasi analisi degna di tal nome: sul processo che mira ad affermare, non solo di fatto ma anche in linea di principio, e addirittura con pretese di valore etico, la totale coincidenza tra il modello dominante e la natura e le finalità dello Stato repubblicano e democratico. Il discrimine è inequivocabile, per chi non voglia accucciarsi ai piedi dello status quo, da intendersi in chiave internazionale e innanzitutto finanziaria. O si asseconda questo disegno – credendo o facendo finta di credere che alla base del disastro in corso vi sia il dilagare della corruzione tangentizia, anziché il dominio sempre più arrogante e incontrastato del denaro e di chi lo controlla – oppure lo si denuncia e vi si oppone.

Altro che compiacersi, come ha fatto un commentatore solitamente acuto come Aldo Giannuli sul blog di Grillo, sostenendo che il M5S ha ottenuto «una discreta vittoria, anche se diversa da quella progettata» in quanto «1. ha stanato Renzi costringendolo a fare il nome prima dell’inizio delle votazioni; 2. ha costretto Renzi a scegliere una persona decente; 3. quindi ha sbarrato la strada ad Amato, Veltroni, Grasso ecc.; 4. ha incrinato seriamente il patto del Nazareno».

Sembra di sentire i sindacati della Triplice, ovvero Cgil, Cisl e Uil, che per decenni e decenni hanno celebrato come dei ragguardevoli successi la firma di contratti via via più onerosi per i lavoratori. Poiché le cose sarebbero potute andare ancora peggio, ci si rallegrava a dismisura di quel poco o pochissimo che si era riusciti a rosicchiare. E intanto i manager alla Marchionne se la ridevano, proprio come adesso staranno sicuramente facendo Matteo Renzi & Company.

Federico Zamboni   

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