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Grecia contro UE. O almeno così sembra

In superficie – o in apparenza, e le due parole non sono esattamente dei sinonimi – i rapporti tra UE e Grecia rimangono quanto mai incerti. Al punto che viene spontaneo guardare alla giornata di oggi, in cui l’Eurogruppo dovrà decidere se accettare o no le richieste elleniche di attenuazione degli accordi pregressi, come a un passaggio decisivo.

Uno snodo che dovrebbe chiarire in via definitiva quanto siano veritiere, e inderogabili, le drastiche contrapposizioni manifestate finora dall’una e dell’altra parte, e temperate solo un po’ nella lettera inviata ieri dal ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis al presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Di qua il neonato governo Tsipras che rivendica una ritrovata autonomia decisionale per quanto riguarda le politiche interne, allo scopo di alleviare le sofferenze dei propri connazionali. Di là il blocco di interessi che fa capo alla Troika e che è abituato a imporre le sue scelte a colpi di diktat, usando l’enorme potere finanziario di BCE e FMI per mettere con le spalle al muro i Paesi sull’orlo del crac.

Le possibilità, quindi, sembrano soltanto due: o si colmano le distanze iniziali, con un riavvicinamento che verosimilmente sarà soprattutto a carico della Grecia, sul piano sostanziale, ma che verrà congegnato/presentato nelle forme di un accordo condiviso, e frutto di un compromesso reciproco; oppure ci si irrigidisce sulle posizioni di principio, con una rottura che sarebbe tanto irta di incognite ai fini pratici quanto limpida sul piano strategico, andando a dimostrare in maniera incontrovertibile che non c’è e non può esserci alcuno spazio di autentica trattativa fra gli Stati a rischio di default e le oligarchie che controllano il sistema bancario occidentale.

Ma è davvero così? Si tratta realmente di opzioni antiteche o viceversa, dal punto di vista della Troika, costituiscono solo due varianti tattiche del medesimo disegno di asservimento totale delle diverse nazioni?

Secondo noi non c’è dubbio. Al di là dei dissidi particolari, e delle varianti relative ai tempi e ai metodi con cui li si affronta, l’obiettivo fondamentale resta quello di un’egemonia sempre più unilaterale e invasiva. Lo scopo che ci si prefigge è ridurre la sovranità nazionale a un simulacro, privo di un’indipendenza effettiva dalle linee generali che vengono decise altrove. Lo schema per arrivarci si snoda su tre passaggi, pressoché costanti: il primo è togliere la sovranità monetaria, attraverso la creazione di banche centrali quali appunto la BCE; il secondo è debilitare le economie interne, con una crescita esorbitante del debito pubblico da sommarsi, all’occorrenza, a una stagnazione/recessione; il terzo, infine, è subordinare gli “aiuti”, ossia gli ingentissimi prestiti che nel frattempo si saranno resi indispensabili per fronteggiare la carenza strutturale di liquidità, a un cospicuo pacchetto di riforme, imperniate su quegli elementi che qui sul Ribelle abbiamo già sottolineato in tante altre occasioni: pesantissimi tagli sia ai sistemi di welfare, con la scusa della necessità di abbattere in tutta fretta la spesa pubblica, sia alle tutele a favore dei lavoratori, col pretesto di accrescere il dinamismo e la competitività del sistema produttivo; liberalizzazioni e privatizzazioni ad ampio o amplissimo raggio, per moltiplicare le opportunità di investimento, o tout court di speculazione, per chi abbia dei capitali da impiegare.

Perciò, quale che sia l’esito del confronto odierno tra Eurogruppo e Grecia, non c’è nessun motivo di farsi illusioni su ciò che vi si cela. Le eventuali concessioni non andranno affatto confuse con una rigenerata sensibilità per le sofferenze patite dai cittadini ellenici martoriati dalla crisi. All’opposto, saranno nulla di più che dilazioni, peraltro modeste e in fin dei conti irrilevanti, rispetto a un attacco che deve proseguire imperterrito. E di cui la stessa Grecia è solo un segmento situato su un fronte assai più ampio.

Federico Zamboni

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