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Stillicidio greco

La benedizione di Matteo Renzi a Tsipras deve avere portato male. Ai Greci, naturalmente. E sempre partendo dal punto di vista più diffuso, che non è il nostro, secondo il quale la vittoria di Syriza avrebbe potuto portare sul serio a una svolta politica, economica e sociale per la Grecia. A quanto pare, invece, anche il nuovo premier ellenico sta modificando la sua strategia politica in un mero atto comunicativo: la ormai nota "annuncite" tanto in voga dalle nostre parti.

In altre parole, e fuor di metafora, alla prima resa dei conti di un certo peso, ovvero l'ultima decisione di concerto con l'Europa in merito alla ennesima tranche di aiuti, la direzione, rispetto al governo precedente, non è cambiata di un millimetro. Tende sempre al futuro, al "comprare tempo", senza spostare minimamente il criterio generale, né le regole, che la Grecia e l'Europa seguono dall'inizio della crisi ai giorni nostri: denaro contro riforme (cioè tagli).

Lo schema adottato da Tsipras è rimasto, sulla carta, quello promesso in campagna elettorale: voce grossa con la Troika per invertire una tendenza che per i greci non è sostenibile già da tempo. E cioè rimettere in discussione tutti i piani sino a ora varati dal governo Papademos. Quello adottato dalla Europa, dalla Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale è allo stesso modo rimasto il medesimo di prima: denaro stampato e concesso ma solo a fronte di riforme e ulteriori tagli. Non esiste il piano B.

L'unica novità, dopo il vertice di Venerdì scorso, è temporale. Peraltro con una nota di una certa comicità, non fosse che si tratta invece di una cosa che mortifica ulteriormente i cittadini ellenici: a fronte di una richiesta di sei mesi di tempo da parte di Tsipras, la Troika ne ha concessi solo quattro. Sedici settimane di ossigeno monetario, insomma, ma con una lista precisa di compiti a casa da rispettare. Nulla è cambiato rispetto a prima, con buona pace di tutti quelli che, tra greci in piazza in attesa della buona notizia, e altri europei entusiasti per la "svolta greca" (che non c'è ancora stata) sparsi un po' ovunque negli altri Paesi europei.

Questi sono i fatti. Ed è peraltro inutile cercare di entrare dentro a ogni dettaglio dell'ultima trattativa come a voler cogliere chissà quale dato interessante, dalle dichiarazioni dei vari Schauble, Dijsselbloem, Varoufakis o Tsipras sino a quelle delle Merkel, e sino alla lettera quasi fuori tempo massimo spedita da Atene in attesa di questa riunione fiume sino alla concessione dei quattro mesi. Degli intenti del premier greco, al momento, non è stato portato a casa nulla di nulla. Delle strategie europee in merito alla Grecia, non è cambiato un solo articolo, un solo comma. 

L'unica novità, e anche questa, è facile supporre, senza grandi possibilità di riuscita, deriva dalla decisione di Draghi relativamente al Quantitative Easing, che partirà a marzo, e che però riguarda uno scenario più grande rispetto a quello unicamente greco.

Tornando ad Atene si ripresenta dunque l'inevitabile inconciliabilità di una politica a favore di popolo contro quella della Troika a favore di Banche e mercati, e in ultima analisi l'impossibilità di una inversione di rotta rimanendo all'interno della moneta-debito imposta a tutti noi. Chi pensava a strade solo in parte alternative dovrebbe, se la logica ha un senso, almeno iniziare a ricredersi. 

Esiste, per onestà intellettuale, una ulteriore possibilità tra le chiavi di lettura che si possono dare a quanto accaduto, ovvero a una intenzione, da parte di Tsipras, di comprare almeno un po' di tempo per cercare di fare in patria ciò che naturalmente non è stato possibile iniziare per il poco tempo avuto a disposizione dall'elezione a oggi. Se Tsipras avesse sul serio una strategia dirompente avrebbe ovviamente la necessità dei tempi almeno tecnici per metterla in pratica. Che si tratti di accordi inediti (Putin?) o veramente di farla finita con l'Euro, per poter dare forma alle promesse elettorali in merito alla fine dell'austerità per i greci, naturalmente non sarebbero potute bastare poche settimane di governo per metterli in pratica. E dunque questa richiesta di tempo, pur rimanendo nello schema europeo, prenderebbe un volto differente rispetto a quello deludente che invece ha adesso. Ma si tratta, appunto, di mere supposizioni. Forse solo speranze, per chi - e noi tra questi - non attende altro che almeno un Paese, tra tutti quelli che ne avrebbero da guadagnare, inizi a mettere in pratica sul serio ciò che porterebbe alla dissoluzione dell'Euro e quindi almeno a una possibilità di uscita da questo tunnel nero e infinito nel quale siamo per il momento inghiottiti. E il tempo - forse questi quattro mesi? - avrà il pregio di chiarire meglio il tutto.

Valerio Lo Monaco

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