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Syriza: la solita “sinistra” a marcia indietro

Sui termini ci si può sbizzarrire a piacimento. Sulla sostanza molto meno. I termini, che per lo più sono solo un involucro e, dunque, il “packaging” verbale dell’industria mediatica, vanno dal neutrale «compromesso» del Sole 24 Ore al ben più drastico «resa» di Repubblica. La sostanza, che in qualche modo avevamo anticipato nell’analisi di venerdì scorso, è pressoché indiscutibile: il proclamato conflitto tra Grecia e UE (o Troika) si è già trasformato nel classico negoziato di facciata, asimmetrico e a senso quasi unico.

Da una parte c’è il fortissimo schieramento dell’establishment internazionale che tuona i suoi diktat, sicuro che riuscirà ad imporli. Dall’altra c’è la sparuta minoranza periferica che parte baldanzosa all’attacco, salvo poi accontentarsi di “strappare” qualche concessione marginale. Dopo aver ottenuto l’investitura popolare con parole d’ordine reboanti, vedi appunto le orgogliose rivendicazioni di indipendenza mitragliate da Alexis Tsipras durante la campagna elettorale e sull’onda del poderoso successo decretato dalle urne, i leader di turno arretrano soffertamente, e tuttavia rapidamente, su posizioni di gran lunga più blande. Non solo nei toni, ma proprio nel merito. Sia pure astenendosi dal riconoscerlo con la dovuta chiarezza – il che è un’aggravante – si accantonano le grandiose promesse di riscatto con le quali ci si era accreditati agli occhi dei cittadini e si rifluisce nella modestia, o nella miseria, degli accordi concreti.

La scusa è bell’e pronta: non si poteva fare di meglio. L’alibi è altrettanto a portata di mano: gli obiettivi rimangono gli stessi, anche se purtroppo non possiamo realizzarli subito. La strategia, amici e compagni, rimane fulgida; benché la tattica, ahimè, appaia in effetti spaventosamente opaca.

Un film già visto e stravisto, in Italia e altrove. La sinistra sedicente solidale e idealistica che si riconverte di buon grado nel tipico centrosinistra pragmatico e ragionevole. In teoria si sta marciando verso l’equità sociale che o prima o dopo renderà giustizia al popolo. Di fatto ci si incolonna nelle corsie blindate dello status quo, che persiste nell’aggravare le disuguaglianze e che del popolo se ne fotte. L’empito “rivoluzionario” cede il passo al fervore “riformista”. L’unico socialismo consentito è quello che sul filo dell’ossimoro viene accoppiato all’aggettivo liberale, ormai equivalente a (neo)liberista.

Non è un equivoco. È un inganno. Ossia una truffa. E senza sottovalutare di un nulla le responsabilità di chi questi raggiri li pianifica e li compie, è indispensabile chiamare in causa anche chi continua a lasciarsi abbindolare. Quelle illusioni sono certo comprensibili sul piano psicologico – essendo noto che il bisogno di credere in qualcosa e in qualcuno va ad appuntarsi sulle opzioni disponibili, fino a creare da sé l’oggetto del desiderio – ma ai fini politici diventano una colpa che è sempre meno scusabile.

La lezione, arrivati a questo punto, dovrebbe essere imparata a menadito e in via permanente: chiunque sostenga di poter venire a patti con il modello dominante, e quindi con le oligarchie che su di esso hanno fondato il loro strapotere, non è credibile di per sé. Sincero o insincero che sia, gli manca il requisito essenziale per contrapporsi al sistema: identificarlo, appunto, come un sistema. Compiuto, organizzato, aggressivo. Un sistema che ha agito, agisce e agirà nel proprio esclusivo interesse.

Non c’è nessuna disattenzione, nella tirannia finanziaria che esso ha istituito. E perciò, coi suoi rappresentanti, non ci può essere nessun vero dialogo finalizzato a ridiventare padroni del proprio destino. 

La possibilità, semplicemente e terribilmente, non è contemplata.

Federico Zamboni

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