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Tranquilli, lavoratori: c’è la Cgil che vi «rappresenta»

Susanna Camusso ha buttato lì la frase con la massima disinvoltura, come se fosse un’assoluta ovvietà. E in effetti lo è, ma solo in termini relativi. Solo a patto di prendere per buona la situazione degradata che si è venuta a creare negli ultimi decenni, col sostanziale appiattimento di tutti i dissidi sociali sulle linee guida del modello dominante.

«Noi dice il segretario generale della Cgil – dobbiamo fare il nostro lavoro, che è il lavoro di un’organizzazione sindacale di rappresentanza dei lavoratori». Il riferimento è a Maurizio Landini. E in particolare al suo progetto, in via di elaborazione già da tempo ed espresso in termini più precisi nell’intervista pubblicata domenica scorsa dal Fatto Quotidiano, di operare al di là della Fiom, e ai fini di una vasta e stabile mobilitazione contro le politiche neoliberiste del governo Renzi.

La posizione di Landini è sacrosanta: conscio della mancanza di uno schieramento in grado di contrastare le strategie dell’Esecutivo, che in effetti non sono farina del sacco del presidente del Consiglio ma ricalcano le «direttive impartite dalla Bce con la famosa lettera del 2011», pone la necessità di crearlo. Sia pure senza spingersi a prospettare esplicitamente un nuovo partito, che invece sarebbe la soluzione naturale e che toglierebbe ogni alibi residuo a chi mugugna a ogni piè sospinto ma poi continua imperterrito a restare nel Pd, il leader del metalmeccanici coglie benissimo la necessità di uscire dall’impasse in cui ci troviamo. E nella quale sprofondiamo sempre di più.

Di fronte a un premier che con la scusa dello svecchiamento a tappe forzate sta imponendo un «modello di relazioni politiche molto americano, un sistema che riduce gli spazi di partecipazione dei cittadini», Landini si rende conto che il dialogo è una mera illusione e che perciò si deve passare, o tornare, a delle lotte autentiche. Delle lotte che la facciano finita con l’eccesso di “ragionevolezza” che ha contraddistinto l’intero mondo della cosiddetta sinistra, a cominciare dalla stessa Cgil e dai partitini alla SEL, scavando via via un abisso incolmabile tra le proteste astratte e gli esiti concreti. La nuova offensiva, che in realtà è un doveroso atto di autodifesa, non può che basarsi sullo scontro frontale e sui rapporti di forza, per cui ai diktat in stile Marchionne si deve essere pronti a rispondere con delle sollevazioni su vasta scala. E, soprattutto, altrettanto consapevoli della dimensione strategica dei singoli contrasti.

Alla Camusso, evidentemente, questa prospettiva non piace. Da brava funzionaria di quella sorta di carrozzoni parastatali in cui si sono trasformati i sindacati “storici”, sempre più votati alla propria autoconservazione anziché a una crescente equità dei rapporti di lavoro, preferisce che rimanga tutto com’è. Al posto delle battaglie da combattere sul serio, e senza esclusione di colpi, è molto più comoda la collaudata pantomima delle grandi manovre a distanza di sicurezza e del fuoco a salve, in attesa dell’ennesima ritirata.

Parlando di «rappresentanza dei lavoratori», dunque, lo si fa in un’accezione a scartamento ridotto, di natura più giuridica che politica. Il sindacato che si riduce ad avvocato, o ad avvocaticchio, di parte. Il sindacato che si limita a dare un’assistenza di natura tecnica, e peraltro incline all’acquiescenza.

Più che degli accordi, degli accomodamenti. Più che delle intese bilaterali e degne di tal nome, delle remissive adesioni alle pretese altrui.

Gli stati maggiori si salvano il culo, e delle truppe mandate al massacro chissenefrega.

Federico Zamboni

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