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Quel luogo comune sull'Articolo 1

Il Jobs Act (ma che palle questa fissazione, tipica di un Paese colonia, di utilizzare termini anglofoni) è stata presentata da Renzi e dai suoi fidi scudieri come la panacea di tutti i mali. L'occupazione ripartirà, questa la tesi sostenuta, perché le imprese saranno più invogliate ad assumere se saranno messe in condizione di licenziare. Un principio a dir poco folle ma che ormai è stato fatto passare come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Il nuovo contratto a tempo indeterminato, pensato per i giovani, indicato come “a tutele crescenti”, prevede infatti proprio questo. Maggiore facilità di licenziare i dipendenti tramite la corresponsione di una indennità senza dover temere che il licenziato possa rivolgersi al giudice del lavoro per chiedere ed ottenere il reintegro. Lo stesso meccanismo, dicono a Palazzo Chigi, che è previsto all'estero e che ci mette allo stesso livello dell'Europa. Addio posto fisso. A consolare i nuovi senza lavoro (ex neo-assunti) ci saranno poi delle indennità di disoccupazione che verranno calcolate e modulate a seconda delle situazioni. 

La svolta è “storica” in quanto annulla una norma dello Statuto dei Lavoratori (varato nel 1970) che era stata pensata appositamente per tutelare i lavoratori dai licenziamenti discriminatori. Lavoratori che potevano essere messi alla porta soltanto per “giusta causa” e per “giustificato motivo”. Ora siamo insomma un Paese “più moderno”. O almeno è quello che ci vorrebbero far credere. In conseguenza della globalizzazione siamo diventati un unico grande mercato. Ed in esso, ci spiegano gli economisti, tutti i fattori della produzione devono poter essere spostati a piacimento e i loro costi devono tendersi ad uniformarsi. Il lavoro viene in tal modo equiparato alle materie prime, alle merci, ai prodotti finiti e al capitale, anche se poi è quest'ultimo a dettare le regole del gioco. Il capitalismo finanziario ha infatti la necessità di trovare il minimo di ostacoli sul proprio cammino e Renzi, i cui agganci con la finanza anglo-americana sono noti e palpabili, ha subito realizzato parte del lavoro per il quale è stato chiamato (da non eletto) a Palazzo Chigi. 

Padoan, già capo degli economisti del'Ocse, ha annunziato gongolante che l'economia crescerà del 3,65%. Un dato ripreso nei titoli dell'articolo di apertura nella prima pagina del renziano Corriere della Sera. Poi, uno va a vedere meglio e scopre che tale crescita (stimata) si avrà nel 2020. Il che dimostra che i governi effettuano le proprie stime come se fosse il gioco dei bussolotti perché è ovvio che una stima del genere non può essere fatta sull'arco di ben cinque anni. 

Il Jobs Act ha suscitato, come era ovvio, le veementi proteste della sinistra italiana e di quello che ne resta, dando energia a quanti vorrebbero far nascere una nuova formazione che raccolga la protesta di una base che non si rassegna al nuovo corso liberista del PD e quella della maggioranza dei pensionati, dei disoccupati cronici e dei cittadini sempre più poveri e privi di diritti e di tutele. 

Fra i temi da quell'area (che vede in prima linea Maurizio Landini della Fiom-Cgil) vi è il costante richiamo all'articolo 1 della Costituzione, del quale anche il PD fa un uso estensivo. Quello che recita: “L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Un articolo che, nella chiave di lettura che ne viene data, significherebbe che tocca allo Stato procurare un lavoro a chi ne è privo. Un lavoro che non è la stessa cosa di un posto di lavoro, ma i due aspetti hanno finito inevitabilmente per sovrapporsi ed essere intesi come sinonimi. In realtà su questo articolo e sul significato da attribuirgli è stata messa in piedi una mistificazione della quale più o meno tutti politici e i partiti si sono dimostrati responsabili. Alcuni per malafede, altri per ignoranza, altri semplicemente per conformismo. Del resto, chi mai si azzarderebbe a sostenere che i cittadini non dovrebbero lavorare ed essere gratificati di una retribuzione adeguata? 

L'articolo 1, così come lo conosciamo, fu il frutto di un compromesso raggiunto all'Assemblea Costituente (1946-48) tra il Pci (che contava sul 18,9% dei voti), il Psiup (20,7%) da una parte, e la Dc (35,3%) e i suoi alleati dall'altra. Il Pci di Togliatti e il Psiup di Nenni, Saragat e Basso premevano per un articolo che recitasse: “L'Italia è una Repubblica democratica dei lavoratori”. Quindi, in pratica: “l'Italia è una Repubblica dei soviet”. All'epoca il Psiup che riuniva socialisti massimalisti, quelli riformisti e il Mup di Basso, era condizionato da una forte componente interna filo-sovietica (lo stesso Nenni ricevette il Premio Stalin). Ma nemmeno le sue componenti moderate (che fecero con Saragat la scissione del 1947 di Palazzo Barberini) scherzavano nel proclamare la necessità di una trasformazione dell'Italia in senso socialista. La Dc, i liberali e i repubblicani, ai quali si aggiunse l'Uomo Qualunque, dissero di no ed allora si raggiunse una soluzione che andasse bene a tutti e non facesse perdere la faccia a nessuno. 

Ma dire che l'Italia è fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla. Se un italiano andasse all'estero, in Paesi industrialmente avanzati, e sostenesse il principio del “diritto al lavoro” non verrebbe preso sul serio e qualcuno gli riderebbe pure dietro. Ah, i soliti italiani... E questo, pur in una situazione di aumento generalizzato della disoccupazione. Se non c'è lavoro, gli direbbero, se non ci sono opportunità di lavoro, se non ci sono prospettive di crescita, quale impresa si metterebbe ad assumere? Lo dovrebbe fare lo Stato? E dove? E come? L'attribuzione di quel significato all'articolo 1, quello che vede nello Stato un dispensatore di lavoro, e di posti di lavoro, maturò negli anni del Boom economico ed assunse il significato di un dovere, di una sorta di impegno morale, da parte del soggetto pubblico, in seguito all'Autunno Caldo del 1969 e del varo dello Statuto dei Lavoratori. Il Boom degli anni cinquanta che terminò all'incirca nel 1964, in concomitanza con la nascita del primo centrosinistra, fu determinato anche dall'intervento dello Stato che avviò la ricostruzione attraverso la massiccia realizzazione di opere pubbliche infrastrutturali, Keynes aveva fatto scuola, attraverso il Piano Casa e attraverso la realizzazione del sistema delle imprese a Partecipazione Statale, che rappresentavano una diretta eredità del Fascismo. Una ripresa che coinvolse milioni di nuovi occupati. Ma non ci si limitò a questo. Le amministrazioni pubbliche presero ad assumere personale senza tenere conto dei costi e delle necessità reali dei Comuni e delle Province (le Regioni, per fortuna, ancora non esistevano). Assunzioni determinate in massima parte da considerazioni clientelari ed elettoralistiche. Il Boom fu favorito da retribuzioni piuttosto basse ma che permisero, in ogni caso, ai lavoratori di alzare di molto il proprio livello di vita. Lo Stato mamma era sentito come un dato di fatto ma non si era ancora creata quella mitologia sull'articolo 1 che dura ormai da decenni. 

Il punto di svolta fu rappresentato dall'Autunno Caldo e dalle rivendicazioni in tema di salari e di organizzazione del lavoro, con il quale i lavoratori cercarono di recuperare parte del reddito che negli anni precedenti era finito alle imprese. Un Autunno Caldo che arrivò quando il Boom si era ormai esaurito e le imprese italiane, tipo la Fiat, erano obbligate a confrontarsi con la concorrenza estera e non potevano più pensare di utilizzare i sindacati gialli (la Fiat di Valletta fece scuola in questo) per mettere la mordacchia alle rivendicazioni operaie. Lo Statuto del maggio del 1970 (di Brodolini, Donat Cattin e Giugni) rappresentò in tal senso l'ottenimento di diritti che, in precedenza, non erano minimamente contemplati. Gli scontri, spesso violentissimi, dentro le aziende, registrarono come costante l'intervento del governo che si assunse il ruolo di mediatore. I leader sindacali incominciarono ad essere figure conosciute al grande pubblico visto che erano coloro che trattavano la definizione dei nuovi contratti nazionali di categoria. La crisi economica che interessò molte aziende che avevano vissuto una stagione fin troppo fruttuosa, grazie ai bassi salari, ne portò molte sull'orlo del fallimento. Sindacati, amministrazioni locali interessate e partiti, premevano perché fosse lo Stato attraverso le varie Iri, Eni ed Efim a comprare le aziende in questione per risanarle. Ma in realtà per impedire la perdita dei posti di lavoro. Da qui, da questo interventismo dello Stato, si è originata la convinzione che debba essere il soggetto pubblico ad assicurare un lavoro (o un posto di lavoro) a chi ne è sprovvisto. Anche se tale soluzione è anti-economica e non ha futuro. Da qui derivò anche la celebre cantilena: “lavorare meno, lavorare tutti” scandita nei cortei di protesta. 

Il problema restava però sempre quello di chi paga. Un giochetto che non poteva durare in eterno, specie quando, con la fine della Prima Repubblica e con la collegata trasformazione del Pci in un partito socialdemocratico di governo e fautore del Libero Mercato, all'Italia è stato imposto di smantellare il sistema delle Partecipazioni Statali. I terrificanti effetti di una simile svolta sono sotto gli occhi di tutti. La siderurgia e la cantieristica praticamente cancellate, l'Eni controllata ormai dai fondi di investimento anglofoni. E potremmo continuare. Il tutto con un crollo verticale dell'occupazione, in conseguenza di un effetto moltiplicatore keynesiano in negativo. Così, quando si sentono gli esponenti del PD, quelli ortodossi renziani e quelli dissidenti, attaccarsi alla questione dell'articolo 1, viene da ridere se non ci fosse da piangere, perché conferma che i politici italiani, oltre ad essere dei mistificatori, fanno un grande uso della retorica e dei luoghi comuni. Oltretutto, dovrebbero avere il buon gusto di stare zitti, perché il Jobs Act non è che l'ultima tappa di una progressiva resa alle logiche del più deteriore capitalismo finanziario. 

Vogliamo ricordare che fu proprio D'Alema, il giorno dopo essere stato nominato capo del governo, a recarsi a Londra per assicurare la City delle sue buone intenzioni in tema di liberalizzazioni e di privatizzazioni? Tutti nell'allora Ds sapevano benissimo che questo avrebbe comportato una progressiva riduzione dei diritti di chi lavora. Ed allora, con che faccia oggi i loro eredi protestano e strillano?

Irene Sabeni

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