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Grecia: il primo ceffone dalla BCE

Si era illuso, il ministro greco delle Finanze. Oppure era stato deliberatamente ingannato. Ieri, uscendo dall’incontro con Mario Draghi, Yanis Varoufakis era apparso ottimista e lo aveva detto: «Abbiamo avuto un colloquio fruttuoso», aggiungendo addirittura che nel corso del colloquio c’era stata «un’eccellente linea di comunicazione, che mi ha dato un grande incoraggiamento per il futuro».

Beata ingenuità, per non dire di peggio. In serata è arrivato il comunicato ufficiale della BCE che va in tutt’altra direzione, annunciando che a partire dal prossimo 11 febbraio la Grecia non potrà più accedere, attraverso l’emissione dei propri titoli di Stato, ai finanziamenti “ordinari” della stessa Banca Centrale Europa. Viceversa, potrà ottenere degli ulteriori fondi, dei quali ha un enorme e urgentissimo bisogno per sostenere la spesa corrente, tramite l’ELA (Emergency Liquidity Assistance). Che però, al di là maggior costo causato dal tasso di interesse che sale dallo 0,05 all'1,55%, è appunto un canale di emergenza ed equivale, perciò, a un preciso segnale di emarginazione. Innanzitutto, perché i i capitali non vengono erogati direttamente dalla BCE ma dalla Banca centrale del Paese richiedente, su autorizzazione temporanea ed entro i limiti stabiliti da Francoforte. Secondo poi, perché viene trasferita la responsabilità del credito, e quindi il rischio dell’insolvenza, sull’istituto nazionale anziché su quello europeo.

Il messaggio, si capisce, è di natura politica. Di fronte alle baldanzose dichiarazioni del neonato governo di Alexis Tsipras, riguardo alla volontà di rinegoziare gli accordi precedentemente assunti (anzi subiti) con la Troika, la massima autorità bancaria della UE reagisce in tempi rapidissimi riaffermando il proprio potere “di vita o di morte” sulle finanze elleniche. Mentre i vertici istituzionali, vedi Jean-Claude Juncker, si limitano a parlare, l’Eurotower agisce. Con un unico colpo, che serve anche a chiarire che chissà quanti altri potranno seguirlo d’ora in avanti, la BCE scaraventa la pallina nel campo degli avversari e sta a vedere come reagiranno. Il primo punto, per continuare a dirla in termini tennistici, è un ace. La partita prosegue, ma per gli “sfidanti” si mette subito in salita, ancora più di quanto non fosse prevedibile alla vigilia.

Così come è stato fin dall’inizio – e per inizio, sarà bene precisarlo, non intendiamo necessariamente il manifestarsi della gravissima crisi finanziaria della Grecia, bensì le mosse straniere che l’hanno preceduta, e predisposta, con dinamiche che d’altronde sono state innescate anche altrove, ivi inclusa l’Italia – il problema del debito pubblico è una sorta di pretesto per imporre delle linee di governo. Ovviamente nella solita chiave neoliberista, che sbandiera il vessillo delle Riforme come l’egida dell’indispensabile risanamento e della futura prosperità, mirando invece allo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dei  sistemi di welfare.

Lo stesso Varoufakis aveva tentato una mediazione, affermando che «Ai nostri partner vogliamo dire che il piano (la sostituzione dei vecchi titoli di Stato con dei nuovi bond, parte dei quali indicizzati alla crescita nominale dell’economia greca – Ndr) punta a mettere d'accordo avanzo primario e riforme. Aiutateci concedendo più spazio di manovra sui conti, altrimenti continueremo a soffocare e diventeremo una Grecia deformata piuttosto che riformata». Una distinzione terminologica che certamente non è solo una battuta, ma che sembra non tenere conto della vera chiave di volta delle rigidità UE/BCE: per chi tira i fili l’obiettivo è proprio quello. È deformare gli assetti politico-economici dei singoli Stati, affinché smettano definitivamente di essere nazioni autonome e si riducano a filiali meramente esecutive. La sovranità monetaria come il grimaldello, anzi il piede di porco, con cui usurpare la sovranità democratica.

Nessuna svista. E quindi, va da sé, nessuna disponibilità a venire incontro a chicchessia, se non per evitare di rendere troppo palese il cinismo e la spietatezza del proprio strapotere. Con la Troika non si negozia mai alcunché: al massimo, si chiedono/supplicano delle dilazioni, che verranno concesse solo a patto di essere ritenute vantaggiose per la maxi holding che ci governa.

Federico Zamboni

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