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Un diritto, l’assistenza sessuale ai disabili?

È complesso e anche delicato, il tema dell’assistenza sessuale ai disabili; questo argomento, ultimamente molto discusso, sembra però porre più dei quesiti che confermare delle risposte, positive o negative che siano. 

È chiaro che un portatore di handicap ha, come tutti, degli istinti sessuali e dunque delle legittime necessità intime da soddisfare. Ed è comprensibile che egli, date le sue condizioni fisiche – specie se gravi – possa avere maggiore o totale difficoltà ad approcciarsi a un’altra persona. 

Fino a poco tempo fa, vi erano poche soluzioni invalse: rivolgersi alle prostitute, assumere dei farmaci o farsene una ragione. Riguardo queste tre ipotesi, tuttavia, sono sorte non poche problematiche: nel caso delle prostitute, infatti, otto su dieci di loro si rifiutano di offrire prestazioni sessuali per un proprio disagio o per semplice incompetenza nei confronti del disabile, il quale ha bisogno di essere “avvicinato” anche sotto un profilo psicologico; nel caso dei farmaci, la maggior parte delle volte vengono somministrati da psichiatri incuranti di assopire artificialmente, insieme al “disagio”, anche l’uomo; la rassegnazione, infine, è comunque un malessere subito e non soltanto dal diretto interessato, ma anche dai suoi stessi familiari, i quali non possono essere ovviamente in grado di fare fronte a bisogni di tal genere. 

Da qui nasce l’iniziativa di fare riconoscere legalmente la figura dell’assistente sessuale, da affiancare, a pari merito, a quelle già largamente istituite di psicologi, terapeuti, assistenti sociali e fisioterapisti.

Maximiliano Ulivieri (web designer, blogger e attivista), attraverso siti, conferenze, dibattiti televisivi e interviste sui quotidiani, spiega varie cose: qualsiasi disabile, in quanto persona, ha il diritto a godere di una vita sessuale per quanto possibile appagante; l’assistente, quindi, dovrebbe essere un supporto tecnico come lo è, del resto, il PC per comunicare meglio o l’automobile per spostarsi più rapidamente.  Sempre secondo Ulivieri, prima dell’intervento dell’assistente, il disabile è un “adulto-bambino”, e soltanto dopo diventa un adulto a tutti gli effetti; ancora, egli sostiene che, al contrario di altri Paesi più civili – quali la Svizzera, la Danimarca, la Germania e l’Austria, in cui l’assistente sessuale, per la sua specifica formazione e funzione, è una figura pienamente riconosciuta – in Italia bisogna per l’ennesima volta abbattere una barriera culturale.

Tutto giusto e tutto vero? Direi di no.

Tanto per cominciare, che la persona disabile abbia delle pulsioni è cosa normale e giusta; è però cosa normale e giusta pure che si innamori, considerando la sensibilità e l’empatia, che, per ovvie ragioni, non sono e non saranno mai al pari di quelle dei cosiddetti “normodotati”, provvisti di difese fisiche, spaziali e psicologiche più solide. Ma cosa succede, allora, se dopo uno o più di questi incontri fuggevoli – gli unici di natura “erotica” che si possa permettere – l’assistito si invaghisce fino a provare il dolore e il vuoto degli innamorati per il distacco? Si “rottama” il paziente, o meglio, si sostituisce l’assistente sessuale con un altro, come se nulla fosse stato?

A tale proposito, se la sessualità ha un valore tanto alto e fondante nella vita di un individuo – e sicuramente così è – e se la sfera erotica rappresenta uno spazio tanto intimo da far conoscere meglio se stessi (come afferma lo stesso Ulivieri),com’è poi possibile considerarle alla stregua di un algido e rimpiazzabile supporto tecnico, quale è un PC o un’automobile? 

Delle due, l’una: o il sesso è vissuto come mero fine a se stesso e chi lo offre non offre altro che una mercanzia – pure se testata da un corso di formazione – oppure la sessualità, e non solo il sesso, è un mondo complesso e irriducibile nella sua bellezza e pericolosità della conoscenza del Sé e dell’Altro. Non può, dunque, bastare una “seduta sessuale” perché l’“adulto-bambino” diventi in automatico un adulto: ciò sarebbe poco realistico, molto meccanico e davvero poco umano.

Ancora, in Svizzera, dove queste figure sono appunto più che collaudate – ma guai ad associarle al mestiere più vecchio del mondo – per “un’ora d’intesa” un/a assistente sessuale si fa pagare dal/la paziente 130 euro; però cosa accade, a chi non può permettersi tale cifra? Le sue esigenze,  a questo punto soggette interamente alle possibilità economiche, dovrebbero forse valere meno? 

A stridere più di tutto, però, mi sembra siano sempre e ancora i benemeriti diritti civili, la cui ideologia  marcia sì a favore dei più “deboli”, ma sulla loro stessa pelle: trattare i disabili come se non lo fossero, salvo poi creare una figura apposita per soddisfare, sotto cospicuo pagamento, un’intimità che il destino non ha riservato loro. 

A mio personale avviso, all’interno di una società effettivamente progredita, l’unico diritto civile che dovrebbe valere è quello di potere vivere dignitosamente; lo Stato, allora, avrebbe il dovere di creare e assicurare tutte le condizioni necessarie – istruzione, lavoro, sanità, abitazione – affinché un individuo possa essere il più autonomo possibile, e specialmente per ciò che concerne la sfera personale.

Accade, invece, l’esatto contrario: il dominio pubblico prende il posto del privato e viceversa, in uno scambio di ruoli che li porta ad annullarsi a vicenda.

Esiste davvero il diritto alla felicità, alla genitorialità o quello più recente alla sessualità? Non credo, anche se è lecito che ognuno persegua la propria aspirazione come può e come sa, senza però aspettarsi che le istituzioni sostituiscano paternalisticamente l’individuo, ufficializzando  e rendendo legali dei bisogni intimi e profondi che nulla hanno a che vedere con la giurisdizione e il codice civile.

Rientrano nel nostro intimo e sacrosanto libero arbitrio, la capacità e la volontà di essere felici come quella di amare e di essere amati, anche sessualmente. È la Natura – Madre o matrigna che sia – l’unica a dettare le leggi; a noi non resta che plasmare il destino, possibilmente a nostra immagine e somiglianza, vale a dire nell’unicità delle differenze e non nell’utopia dell’uguaglianza. 

Fiorenza Licitra

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