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La UE “politica” che piace a Draghi

La posizione in sé può sembrare ragionevole: visti i gravissimi squilibri che si sono determinati dopo l’introduzione dell’Euro, bisognerebbe affrettarsi a espandere la sovranità della UE dal piano monetario a quello politico. Allo scopo di avere una piena Federazione tra i diversi Stati ed evitare, così, che i singoli governi nazionali possano comportarsi in maniera difforme dalle decisioni comunitarie, generando delle anomalie che all’origine sono locali ma che, o prima o dopo, andranno a ripercuotersi sul quadro generale e ne metteranno a repentaglio la solidità.

A far suonare il campanello d’allarme, tuttavia, dovrebbe bastare il fatto che tra i più fervidi sostenitori della tesi vi sia il governatore della BCE, Mario Draghi. Il quale, evidentemente, non pensa affatto a un rafforzamento della funzione politica a scapito di quella monetaria, ma a un obiettivo opposto. Il suo assunto è che le linee guida continuino a essere fissate dalla Banca centrale, rendendole però più vincolanti, per ciascuno Stato membro, attraverso il crisma di una UE innalzata al rango di vero e proprio governo sovrannazionale e dotata, quindi, dei relativi poteri di indirizzo e di controllo.

È un passaggio delicato – nel senso che le apparenze vanno in una direzione, mentre gli esiti cui si mira sono di segno contrario – per cui bisogna prestare la massima attenzione. Anche perché, a sollecitare una svolta in chiave federale, troviamo dei soggetti come Tsipras che almeno in teoria sono lontanissimi dallo stesso Draghi e, più in generale, dall’idea/dogma che al centro di tutto debbano esservi le esigenze dell’economia finanziaria. Ovvero, per essere più precisi, di quel sistema bancario e speculativo che ne tira i fili e che, al di là dei dissidi di facciata, si fonda sull’esaltazione del ruolo del denaro, nell’intento di farne il valore supremo e inderogabile al quale si deve subordinare, e asservire, ogni istanza sociale.

L’inganno, dunque, si situa appunto nel diverso significato della maggiore sovranità che andrebbe attribuita all’Unione europea. Definendola “politica” si fa pensare a un incremento del coinvolgimento popolare, in chiave democratica; ma come abbiamo appena visto la finalità è quella di assecondare, attraverso una conferma che formalmente arriverebbe dai rappresentanti della generalità dei cittadini, quelle che sono e rimangono delle decisioni oligarchiche. In pratica, un avallo spacciato per una determinazione autonoma.

Beninteso: è la stessa mistificazione che da decenni e decenni viene attuata nei vari Stati nazionali, con la partitocrazia che finisce col sostituirsi a un’autentica rappresentanza elettorale, per cui non si tratta certo di una novità. In ambito UE ci si sta arrivando per gradi, dopo aver provveduto per decenni a imbrigliare il Parlamento a suffragio universale per mezzo di organismi calati dall’alto quali il Consiglio dell’Unione europea e la (famigerata) Commissione europea, oggi guidata da Jean-Claude Juncker. Una volta che quello stesso Parlamento sia stato sufficientemente addomesticato, riempiendolo di “professionisti” votati alla carriera e omologati alla medesima visione della realtà, non c’è più bisogno di tenerlo al laccio di cocchieri selezionati in modo più restrittivo.

La lezione che se ne deve trarre è di straordinario rilievo: in molti casi le alternative che ci vengono presentate come “contrapposte” non sono davvero antitetiche, ma costituiscono degli stadi diversi di attuazione del dominio da parte dell’establishment, (o, se si preferisce, delle “stegocrazie”, per usare il neologismo che ne rimarca il carattere occulto e che aiuta a ricordare che non vanno identificate tout court con le classi dirigenti che, invece, si palesano ai vertici istituzionali sia pubblici che privati). Benché possa sembrare assurdo, se ci si ferma all’involucro esterno, il Sistema è capacissimo di avvalersi di soluzioni apparentemente svantaggiose: e quanto più esso mostra di voler dare spazio alla libertà di scelta, da parte degli individui e delle popolazioni, tanto più bisogna chiedersi se sia davvero così.

L’incombente Federazione europea è un ulteriore passo verso il granitico modello sperimentato/affermato/imposto negli Stati Uniti d’America. E basta guardare Oltreoceano, per sapere a cosa stiamo andando incontro.

Federico Zamboni

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