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La scuola non seduce più da tempo. Altro che 16 euro al mese in più

La "buona scuola" tanto annunciata dal governo in carica è l'ennesima cialtroneria di uno dei più ignobili presidenti del Consiglio che la storia della nostra Repubblica abbia mai avuto. Ma in questo caso specifico, relativamente al tema scuola, Renzi ha delle scusanti. Il che, si dovrebbe capire subito, è tutto dire.

La presa per i fondelli nei confronti degli insegnanti precari, con la originaria e reboante annunciazione della loro assunzione in autunno, poi con molta probabilità destinata a essere ulteriormente procrastinata (almeno così le ultime notizie) è solo una tra le illusioni veicolate, e presto prontamente digerite ed evacuate, dall'opinione pubblica. E la ridicola norma rivelata da Uil Scuola in merito agli aumenti di stipendio è l'ultima goccia di veleno, ben nascosta in una pralina di cioccolato neanche troppo fine, che dovrebbe da sola far gridare allo scandalo. 

L'algoritmo messo a punto per gli incrementi degli stipendi degli insegnanti sarebbe in grado di generare un aumento da 21 a 30 euro mensili - lordi - ogni tre anni. Ma solo per i docenti meritevoli. Un recente riepilogo di Repubblica (qui) basta e avanza per rendersi conto della norma e per, anche in questo caso, metterla immediatamente negli archivi della memoria (o, meglio, dimenticarla). Non è questo il punto. Non è solo uno schiaffo morale nei confronti di una classe lavoratrice che una volta rappresentava l'élite, la classe superiore di un Paese che percepiva ancora, che aveva scritto nelle abitudini prepolitiche, la suddivisione eventuale di classi di appartenenza in merito alle qualità artistiche, artigianali e culturali dei suoi cittadini. Poi è arrivato il mondo dello spettacolo e del commercio, e i valori si sono capovolti. Con i risultati, dal punto di vista antropologico e sociale, che sono sotto gli occhi di tutti, anche se pochi hanno ancora la vista (e la cultura) fine per potersi rendere conto dell'abominio compiuto da questo modello in cui viviamo. Ma insomma, se nella classe alta della cittadinanza vengono annoverati calciatori e affaristi di fortune recenti (lecite e illecite), tanto per citare alcuni casi, non è che poi ci si possa aspettare che una classe politica che da questi è comunque sorretta e votata possa considerare il campo dell'insegnamento, della formazione, della cultura, in modo tanto differente rispetto a quanto si evince dai 16 euro netti in più in busta paga ogni tre anni.

Ma per il governo in carica ci sono delle scusanti, dicevamo. Perché è proprio nel concetto e nella verifica della meritocrazia stessa degli insegnanti (cui questo aumento di stipendio sarebbe vincolato e destinato) che risiede l'errore di partenza, il cambiamento antropologico, tecnocratico e quindi prettamente normativo prima e di costume e di abitudini poi, che ci portiamo dietro, a livello di scuola e insegnamento, dalla finta rivoluzione del '68 ai giorni nostri. È proprio la classe docente nel suo complesso, ancora prima che la scuola in senso lato, ad aver avuto un declino inarrestabile. Di merito, di metodo, di selezione stessa degli insegnanti.

Non è neanche un discorso unicamente legato al 6 politico di quei tempi, che poi ha prodotto inevitabilmente la discesa culturale di una classe che attraverso il gramscismo si è di fatto arrogata il diritto di governare e interpretare tutte le espressioni culturali del nostro Paese. E anche per questo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E non è neanche, persino, la deriva berlusconiana, quella della scuola immaginata e voluta unicamente come preparazione al mondo del lavoro e dunque privata di tutti gli aspetti pedagogici e culturali di un tempo a dover essere presa come unica motivazione dello scadimento attuale. Per quanto.

Certo, c'è stata anche la moltiplicazione delle cattedre e delle baronie, degli atenei e dei corsi per fare cassa, delle lauree brevi (sic!) e in senso assoluto del criterio secondo il quale, e da tempo, una laurea ormai non si nega a nessuno. Per quanto anche questo. O probabilmente, meglio, è tutto ciò messo assieme. Che dal 6 politico si sia arrivati poi alle cattedre e quindi alla laurea per tutti è fin troppo facile capirne traiettoria e conseguenze.

Ma sopra ogni altra cosa c'è un aspetto: il fatto che il mestiere di insegnante è sempre stato, e sempre sarebbe dovuto continuare a essere, appannaggio sul serio di una élite, di una eccellenza nel proprio campo. E non solo, si badi bene, relativamente alla conoscenza della materia che poi si sarebbe dovuto andare a insegnare, quanto, e forse soprattutto, alla capacità reale di trasmetterla ai discenti.

Lo diciamo in altre parole, sinteticamente: la maggior parte degli insegnanti, pur quelli  preparati nella propria materia, non avrebbe proprio dovuto essere lasciata accedere all'insegnamento. Per il semplice motivo che insegnare è affare del tutto differente dal conoscere la materia. Trasmettere, questo il termine adatto, in ultima analisi significa sedurre. Chi non riesce a farlo, chi non ha quel quid specifico che fa la differenza tra sedere davanti a una classe e veicolare parole lontanissime rispetto alla capacità di rapire l'attenzione dei ragazzi e di farli innamorare della materia dovrebbe essere destinato a un altro mestiere, non a quello che crede di avere come diritto per aver frequentato alcuni corsi di laurea e vinto un concorso.

Di questo ne ha prova ognuno di noi. Basta tornare agli anni della scuola, ognuno il proprio caso e le proprie memorie, e provare a far tornare alla mente quegli insegnanti che sul serio hanno significato qualcosa. Sono pochi, pochissimi, possiamo giurarci, rispetto ai plotoni di docenti che abbiamo avuto di fronte tra asilo, elementari, medie, superiori e ancora oltre. Qualche fortunato può arrivare a usare le dita di una mano intera per contarli. I più, se si è onesti, non possono che ricordarsene un paio da portare con sé, nella memoria, per tutta la vita.

Abbiamo odiato materie che pure, poi, ci siamo accorti che avremmo potuto anche apprezzare per il semplice motivo della totale incapacità dell'insegnante di allora di riuscire a trasmettere alcuna scintilla per far accendere la nostra curiosità di bambini e di ragazzi, così facile da essere attratta verso altre cose. E dobbiamo ammettere che abbiamo amato alla follia alcune altre materie proprio perché invece chi abbiamo avuto di fronte in quelle ore ci ha incuriosito, affascinato. Ci ha sedotto. Ci ha trasmesso. Ci ha fatto scivolare dentro qualcosa, un tempo, un giorno, una frase, un concetto, che lì per lì probabilmente non abbiamo colto appieno nella sua potenza ma che poi è tornato a galla decenni più tardi per farci rendere conto che non ci aveva mai abbandonato. Che era stata anzi parte di noi per tutto quel tempo. Che quel concetto siamo stati noi per tutto quel tempo. Che ci ha inconsapevolmente plasmato. E che saremo noi ancora in futuro. Impossibile da valutare (i meritevoli...) nelle sessioni di verifica, negli esami di fine anno, eppure, a conti fatti, dal valore inestimabile. Di merito assoluto, questa volta sì, per tutta la nostra vita futura. Altro che 16 euro netti al mese.

Custodiamo personalmente le chiavi di volta che ci hanno permesso da allora di entrare nei nidi della letteratura, della storia, dell'architettura e della musica. E dobbiamo ai docenti che quelle materie ci hanno trasmesso i regali di quei codici di accesso. E a loro saremo grati e legati, complici e amanti, per tutta la vita. Tutto il resto è stato in fin dei conti tempo perso in quegli anni. Tutte quelle altre ore così lunghe, ci sembravano così penose proprio perché erano tali. Perché tali erano evidentemente quegli insegnanti che avevamo l'obbligo di guardare in faccia. Per altri saranno state altre materie, e per altri altre ancora, ma ognuno di noi custodisce almeno un segreto rivelato da uno di quei pochissimi insegnanti che tanto abbiamo amato.

Si dice che la scuola, la classe docente, facendo parte di questi tempi, di questo Paese, di questo clima, sia di fatto una ennesima altra espressione della nostra società in decadenza inesorabile. È  vero. Ma è vero altresì che quella scuola, quei docenti, chi ha permesso i cambiamenti degli ordinamenti in tal modo e chi ha permesso che a veicolarli fosse quella specifica classe di insegnanti contribuiscono in prima istanza a (s)formare quella società di cui sono essi stessi artefici, promotori, dissacratori. 

Valerio Lo Monaco

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Ribelle 66 - Febbraio 2015

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