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Il caso Battista, l'opportunismo. E la mancanza della forma-partito

Il caso della lettera con cui tale Lorenzo Battista ha invitato gli altri numerosi fuorusciti o espulsi dal Movimento Cinque Stelle a compattarsi in un gruppo che entri a far parte della maggioranza che sorregge il governo Renzi, magari per esserne ricompensati con qualche poltrona o poltroncina, ripropone l’interrogativo sulla inconsistenza di tanti eletti nella lista del Movimento. Perché un numero così significativo di deputati e senatori si è sbandato tanto facilmente?

La risposta più ovvia, vale a dire la costatazione che la rinuncia a gran parte degli emolumenti garantiti ai deputati è un sacrificio che non tutti reggono, non soddisfa. Non soddisfa perché anche nella cosiddetta prima Repubblica gli eletti erano in genere tenuti dallo Statuto del loro Partito a rinunciare a parte dello stipendio del parlamentare, talvolta anche più della metà, da versare nelle casse della loro formazione politica. Eppure allora le defezioni erano rare. Casi isolati, non la massiccia emorragia che ha colpito il Movimento di Grillo e Casaleggio.

Allora la risposta deve scavare più in profondità, per scoprire le cause individuandole nell’incapacità di M5s, ma anche delle altre formazioni parlamentari che in tutto il corso della cosiddetta seconda Repubblica hanno visto fratture e defezioni frequenti e numerose, di soddisfare l’esigenza fondamentale di tutta la pratica politica: una corretta ed efficiente selezione delle élite.

Pur non idealizzando un passato pieno di magagne, allora il meccanismo di selezione dei gruppi dirigenti funzionava meglio perché la forma-partito era strutturata in modo più funzionale. C’erano militanti organizzati in sezioni territoriali. Già nel lavoro di assimilazione dei contenuti dei documenti prodotti dai vertici, attraverso il dibattito fra gli iscritti, e poi nell’attività propagandistica sul territorio, nei luoghi pubblici di aggregazione e nei posti di lavoro, ove possibile e semiclandestinamente, emergevano i più capaci, i più attivi, i più dotati di quelle qualità che segnalano un individuo fra gli altri. Queste persone venivano delegate a partecipare ai Congressi comunali, provinciali, regionali. I più propositivi emergevano anche in quelle sedi ed erano delegati ai Congressi nazionali, convocati periodicamente, che discutevano la linea generale del Partito e ne eleggevano gli organi dirigenti. La linea che prevaleva veniva adottata da tutto il Partito, fino al Congresso successivo quando i dissidenti potevano rimetterla in discussione, nel caso del “centralismo democratico” caro al PCI. In altri casi, come nella DC, nei congressi si delineavano correnti che poi si organizzavano ma non mettendo in pericolo l’unità del Partito. 

È bene precisare che tutto quel processo era molto burocratizzato e ingessato in una struttura che spesso privilegiava gli abili opportunisti e carrieristi rispetto alle persone dotate di senso critico e autonomia di giudizio, ma indubbiamente quei meccanismi consentivano di selezionare una élite più affidabile di quella che emerge dalle pratiche odierne.

Oggi abbiamo partiti che si aggregano attorno alla figura carismatica di un Capo, senza congressi, senza autentici confronti di idee. Abbiamo la democrazia della Rete che, col falso principio dell’ “uno vale uno”, non permette ai migliori di evidenziarsi. Abbiamo la pratica delle “primarie”, un’ altra delle tante fesserie importate dagli USA. Non c’è da stupirsi se poi vengono eletti degli incapaci e delle persone dalla dubbia moralità.

Oggi le modalità dei partiti della prima Repubblica non sono riproponibili, perché comportavano una rete di costose sezioni territoriali e un corpo di funzionari stipendiati, impossibili in assenza di finanziamento pubblico e di flussi di denaro che alla DC e al PSI pervenivano da banche e dall’industria di Stato, mentre nel caso del PCI venivano da cooperative e dall’URSS. Oggi si dovrebbero utilizzare i nuovi strumenti di comunicazione anziché la riunione dei militanti nelle sezioni, ma resta attuale l’esigenza di un confronto vero di idee, rivolto a produrre documenti, e di un’attività sul territorio che metta in luce i più capaci, i più competenti, i più onesti, i più attivi.

Anche il piccolo, squallido episodio di una lettera intrisa di opportunismo, impone una riflessione sulla forma-partito come veicolo fondamentale di formazione e selezione delle élite, il punto decisivo che sta alla base di ogni prassi politica.

Luciano Fuschini         

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