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Assolto o no, Berlusconi resta Berlusconi

Se la gode, Super Silvio. E intorno a lui, manco a dirlo, se la godono altrettanto i suoi cortigiani e i suoi fan. La Cassazione, la cosiddetta “Suprema Corte”, ha confermato la sentenza di appello che nel luglio dell’anno scorso aveva assolto l’ex Cavaliere dai reati di concussione e prostituzione minorile, nell’ambito dell’arcinoto Rubygate, e adesso tutti loro sono euforizzati come non accadeva da anni. Lo scampato pericolo li entusiasma, li ringalluzzisce, li inebria. Fino a fargli travisare completamente la realtà, sia giudiziaria che politica.

La reazione corretta dovrebbe essere quella del basso profilo. Festeggiamenti privati, o quasi, nella consapevolezza che il verdetto è quello che è, ossia una scappatoia in extremis che non nega i comportamenti scabrosi dell’imputato ma li considera, bontà sua, non rilevanti sul piano penale. Invece, dal capintesta in giù, eccoli lì a straparlare ovunque e ad atteggiarsi a parte lesa. A povere vittime, non solo incolpevoli in senso processuale ma addirittura sul piano etico, che per anni e anni sono state perseguite in maniera tanto ingiustificata quanto accanita e che ora, perciò, hanno diritto a ogni sorta di rivalsa.

L’idea, anzi la pretesa, è attribuire a questa singola assoluzione un valore onnicomprensivo, che ripulisca Berlusconi di ogni precedente addebito e lo legittimi, all’opposto, come il campione dei cittadini onesti che vengono tiranneggiati in modo subdolo e arbitrario. Il ragionamento, si fa per dire, poggia su un sillogismo sbilenco e ributtante: siccome è stata riconosciuta l’infondatezza di questo gravissimo impianto accusatorio – che mettendo insieme l’abuso di potere istituzionale e l’illegalità/immoralità della condotta privata screditava completamente il leader di Forza Italia, inchiodandolo a un’immagine corrotta e delinquenziale sia come governante che come persona – allora vanno ritenuti parimenti immotivati qualsiasi altra contestazione o sospetto di analoghe bassezze, sia per il passato che per l’avvenire.

Alé: il rito dell’ordalia si è compiuto e il volere di Dio si è palesato. San Silvio Martire è stato sottratto, finalmente, al pubblico ludibrio, e restituito alla gloria che gli compete. Per cui si può tornare, evviva, a onorarlo come merita. Egli stesso, che dell’autocelebrazione ha un bisogno smodato e quasi incontrollabile, si è precipitato a rivendicare la legittimazione perduta, o quantomeno assai appannata, e a ergersi a demiurgo di una futura rinascita nazionale: «Archiviata anche questa triste pagina, sono di nuovo in campo per costruire, con Forza Italia e con il centrodestra, un'Italia migliore, più giusta e più libera».

In effetti, e al di là della grottesca promessa di migliorare il Paese (si è visto come è andata quando ha avuto in mano le leve del comando, per un totale di quasi dieci anni da capo del governo), l’affermazione è a dir poco prematura. La sua incandidabilità, che nel novembre 2013 ne ha comportato la decadenza da senatore, dipende dalla condanna definitiva per frode fiscale e perdurerà fino al 2019. A meno che la Corte Europea di Strasburgo non gli dia ragione, riconoscendo che tali misure sono illegittime per il fatto che si basano sull’applicazione retroattiva della legge Severino, la situazione è questa e questa rimane.

Berlusconi lo sa benissimo, ovviamente. Ma sa ancora meglio che la propaganda è cosa ben diversa dalla verità. Ancora una volta, quindi, si affretta a scommettere sui difetti e sulle debolezze altrui: di qua la credulità di quegli elettori del centrodestra che non vedono l’ora di riaverlo come totem da osannare, per poi sentirsi a loro volta vincenti e autorizzati a coltivare qualsiasi egoismo e qualunque rozzezza; di là, l’opportunismo dei “professionisti del consenso” che si sono ingrassati all’ombra di Forza Italia e dintorni, e che dopo tre anni di fortissime turbolenze sperano di ritrovare il loro leader-benefattore, così da tornare in auge o assicurarsi, se non altro, un’ulteriore stagione di vantaggi e privilegi.

Il cinismo di alcuni, la stupidità di altri, la meschinità di entrambi. Un groviglio di interessi materiali e di smanie personalistiche. Guarda caso, le stesse identiche espressioni che si potrebbero usare per l’holding renziana.

Federico Zamboni

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