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Il silenzio (colpevole) del mondo dopo le parole durissime di Netanyahu

Gli ultimi tempi della politica estera israeliana potrebbero avere come titolo “Netanyahu e i pessimi rapporti con gli Usa”. Gli alleati di ferro vivono momenti difficili nelle loro storiche relazioni, ulteriormente raffreddatesi dopo il recente discorso al Congresso Usa, nel quale “Bibi” ha attaccato frontalmente la strategia statunitense  sulla questione del nucleare iraniano, giudicata lassista e sbagliata. 

Parlare di dialogo e accordi non è nelle corde del premier israeliano uscente che più volte ha cercato di trascinare Washington in un confronto diretto con l’Iran, minacciando addirittura un intervento militare diretto israeliano contro Teheran. Ma forse Netanyahu è piaciuto più fuori casa – diverse le standing ovation del Congresso statunitense durante il suo discorso – che in Israele, dove i sondaggi in vista delle elezioni che oggi disegneranno nuovamente la Knesset sembrano accordare al centrosinistra guidato da Isaac Herzog (Campo sionista) percentuali superiori a quelle del suo partito di destra, il Likud.  Quel che è certo è che le preferenze espresse dagli israeliani cambieranno ben poco a Tel Aviv, dopotutto si tratta di una “democrazia” in cui l’alternanza, come in tutti i paesi “benedetti” da questo sistema politico, è più fittizia che reale. Fu il capo del Likud Sharon a volere il ritiro da Gaza nel 2005, una mossa apparentemente “di sinistra”, ma era solo un passo strategico per rendere l’enclave palestinese un campo di prigionia, più facile da controllare e da sottoporre a “punizioni” esemplari nel momento in cui occorre ricordare che Israele basa la sua legittimazione sulla potenza militare. Questo per evidenziare che, come dalle nostre parti l’avvicendarsi delle coalizioni politiche non incide sul destino dei paesi, anche in Israele – con le dovute differenze - non cambia pressoché nulla, se non l’uso di certa retorica, più o meno incline ai toni forti. Nella pratica tutto resta uguale, l’alternarsi di centrodestra e centrosinistra, che in genere finiscono per governare assieme in traballanti coalizioni, non ha mai cambiato il destino dei palestinesi, la cui condizione peggiora di anno in anno, privati delle loro terre, dei diritti fondamentali, del futuro. 

I palestinesi sono incidentali nella narrazione del conflitto mediorientale. Nella descrizione retorica delle vicende politiche, come quelle di guerra, la parte palestinese sembra sempre e comunque uno “sparring partner” utile a permettere l’esistenza del primo attore. Poco importa se ne viene fuori malconcio: quello è il suo ruolo, in una asimmetria che rispecchia la forza militare messa in campo dai due schieramenti, con la conseguente disparità nei danni che questi in genere si infliggono. La contabilità delle vittime registrate in ognuna delle crisi che ha caratterizzato e caratterizza il rapporto tra israeliani e palestinesi dovrebbe bastare a rendere chiari i rapporti di forza. Ma è un dato che non vale nella narrazione giornalistica dei fatti, quando con le parole giuste si riesce a ridurre delle carneficine a “risposte proporzionate”. Quando, con abilità chirurgica nell’uso dei termini si rende accettabile una violenza, da parte di Israele, che commessa altrove porterebbe la cosiddetta comunità internazionale a valutare un intervento diretto per porre fine al conflitto. 

Così non possiamo nemmeno più stupirci se, a caccia dei voti di estrema destra, Netanyahu nell’ultima intervista prima del voto ha promesso che con lui i palestinesi non avranno mai uno stato, che si proseguirà nella costruzione delle colonie e nella fortificazione di Gerusalemme, città che gli israeliani non divideranno mai con nessuno. Parole pesantissime, almeno per chi le vuole sentire. 

Le cancellerie occidentali e le istituzioni internazionali, gli stessi che lanciano strali contro chiunque non si unisca alla platea dei politicamente corretto occidentale, sembrano essere sorde. Le dichiarazioni di Netanyahu avrebbero dovuto far trasalire certe anime belle, quantomeno suscitare commenti da parte di analisti e prese di distanza da parte dei membri della cosiddetta “comunità internazionale”, così attenta alle parole di chi non rientra nel milieu dei democratici di ogni dove. Eppure niente. Sembra che le dichiarazioni di Netanyahu, i cui toni dalle nostre parti in bocca a un Salvini o a un Farage qualunque avrebbero scatenato indignazione e biasimo, non abbiano lo stesso peso se vengono pronunciate da un candidato premier israeliano. È in questo che la comunità internazionale è colpevole di fronte alla vicenda israelo-palestinese, nel differente metro di giudizio. Nel timore, sbagliato, di condannare le reiterate ingiustizie commesse da chi è stato vittima, in altri tempi, di un crimine efferato. 

La debolezza della comunità internazionale è tutta qui: nel permettere che un dato storico e dei muri cancellino la possibilità di pace. Senza nemmeno considerare la possibilità di un unico stato multi confessionale, politici, quartetti, mediatori blaterano di due popoli/duestati, opzione che sanno bene essere impossibile senza giustizia sociale e diritto al ritorno, ma non battono ciglio di fronte al premier israeliano uscente che promette che nemmeno la loro pelosa opzione verrà da lui mai presa in considerazione. 

Allora a che farsa si gioca? Benjamin Netanyahu non concede nemmeno il minimo sindacale del dialogo sterile su “due popoli, due stati”, l’equilibrismo ipocrita tra la condizione dei palestinesi e il diritto all’esistenza di Israele. Qui si parla di volere tutta la torta, Gerusalemme compresa, in barba all’inettitudine internazionale. Forse il silenzio sulle sue parole è meno insensato di quanto sembra… 

Alessia Lai

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