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I dolori del giovane Landini

E dunque Maurizio Landini in politica. Non che ci volessero quali grandi capacità predittive, per capire che il segretario della Fiom sarebbe, o prima o poi, passato dall’impegno sindacale a quello prettamente parlamentare. E sottolineiamo proprio il termine parlamentare. Una delle prime cose da fare, per iniziare a inquadrare questa novità del panorama politico - ancora: politico - è infatti proprio quella di sgomberare il campo, mentalmente, da tutta la serie di dichiarazioni e controdichiarazioni che Landini stesso sta portando avanti da mesi.

E allora, in modo diretto, per come la si vorrà chiamare e strutturare, l’operazione che si sta portando avanti è quella di un vero e proprio partito politico. Dovremmo essere svezzati, ormai, nel capire come aggregazioni di vario tipo, pur escludendo, a parole, il termine “partito”, si strutturino e vadano ad agire poi proprio in termini (e con metodi) prettamente politici. Una volta raggiunto il consenso, e dunque il passaggio elettorale, e quindi i numeri per accedere in Parlamento, cioè in buona sostanza aver ottenuto un tot di posti dentro la Camera e il Senato, qualsiasi espressione diventa ipso facto un attore della scena politica. Come altrimenti dovremmo considerare tutte quelle realtà che pur non dichiarandosi partiti politici agiscono poi sulla scena politica mediante gli stessi protocolli che realtà del genere devono rispettare? Anche il MoVimento 5 Stelle giura (e spergiura) di non considerarsi un partito politico, e anche le varie liste civiche che sono nate (o sono state imposte) da più parti e dai più disparati ambiti di interesse non sono propriamente dei partiti politici, ma come essi agiscono. Come essi possono accedere in Parlamento e come essi si devono comportare, dal punto di vista formale, procedurale e, appunto, propriamente politico.

Dunque, che la nuova realtà di Maurizio Landini nasca come movimento, come agglomerato di interessi o come coalizione sociale, l’unico metodo giornalistico e intellettivo con il quale lo si dovrà - anzi, lo si deve fin da adesso - approcciare è proprio quello di un partito politico. 

Inoltre, ed evidentemente, mano a mano che questo nuovo attore della scena pubblica e politica inizierà a strutturarsi, a fare attività (o attivismo) sul territorio, e dunque a cercare consensi al fine di verificarli alla prima tornata elettorale utile, è chiaro sin da ora che sarà proprio Landini ad andarla a guidare. Insomma, abbiamo di fronte un leader con enorme visibilità mediatica, indubbie capacità comunicative, e la volontà, ormai dichiarata, di raccogliere consenso. Attorno a cosa a questo punto è persino superfluo domandarselo. Soprattutto, e qui arriviamo al punto (politico) della questione, abbiamo di fronte, e da tempo, esattamente ciò che un partito politico ha come obiettivo inscritto nel suo dna: uno spazio elettorale da occupare. Ovvero un bacino di preferenze che al momento sono del tutto orfane di una vera rappresentanza politica oppure che sono state disgustate e allontanate da quelle che avevano scelto sino a questo punto.

Il messaggio, dal punto di vista meta-politico (il termine è quanto mai adatto proprio in questo ambito) è peraltro molto semplice, perché risponde al richiamo non solo mediatico che una enorme schiera di italiani cerca da anni di fare all’ambiente politico senza ottenere risposta: il lavoro.

Che sia questo il problema principale e più immediato percepito da milioni di italiani è fuori di dubbio. E che manchino risposte adeguate anche. E ancora di più mancheranno quando inizieranno a farsi sentire gli effetti del Jobs Act del Governo Renzi. Come dire: terreno per raccogliere consensi, seguendo questo contesto, ce ne è in abbondanza.

Proprio da qui, però, deve iniziare l’indagine che dobbiamo andare a fare, e che ovviamente faremo con il passare delle settimane e dei mesi. Dal lavoro. Perché da una nuova realtà politica che si propone lo scopo principale di “stare dalla parte dei lavoratori”, è evidente che ci si debbano aspettare le risposte non pervenute, sul tema, da tutte le altre forze politiche attualmente conosciute. 

I dolori del giovane Landini, insomma, iniziano da questo punto cruciale. E abbiamo il ragionevole sospetto - come abbiamo detto spesso sia nel corso delle trasmissioni radiofoniche degli anni passati sia in altri articoli qui sul giornale - che tutta questa realtà andrà a sbattere contro il muro invalicabile che il tema lavoro presenta in questa nuova era del nostro modello di sviluppo: il fatto, cioè, che si possa dare una risposta esauriente, o quanto meno con buona possibilità di sviluppi positivi, a un problema che allo stato attuale delle cose non può essere risolto a livello interno. Il problema della “fine del lavoro” in questo modello in cui viviamo, è affare sovranazionale, ed è veicolato (quando non proprio promosso) da tutte quelle realtà che a livello economico, finanziario, geopolitico e anche meramente sociale guidano il treno sul quale siamo lanciati da decenni. Dare una risposta locale a un enorme problema strutturale e mondiale, sino a che si decide di continuare a fare parte in tutto e per tutto del great game della globalizzazione, è impresa quanto meno titanica. Ed è quella in cui si sta lanciando il pur migliore di molti altri Landini.

Oltre a raccogliere consenso attorno a uno scontento e a una domanda di rappresentanza sul tema del lavoro e dei lavoratori - cosa che gli si può dare come già per acquisita - da questa nuova realtà attendiamo impazientemente delle proposte. Politiche, stavolta. 

Del resto, e a onor del vero, se Landini sul serio vuole incidere sulla scena politica non può continuare a tentare di farlo da dentro a un sindacato che, assieme a tutti gli altri, viene oramai tenuto del tutto in disparte da qualsiasi decisione politica dal governo in carica. E sbaglia la Camusso quando vuole tenere distinte le due cose: il sindacato, oggi, o fa politica oppure non ha ragione di esistere. 

La mossa di Landini è insomma dovuta. E necessaria aggiungiamo. A dirla tutta, temeraria e quasi impossibile dal realizzarsi. 

C’è da sperare che non si riveli come l’ennesima perdita di tempo, dopo quella recente (e parziale pur quanto si vuole) dell’M5S. Se non altro (il che è tutto dire) abbiamo ora di fronte un interlocutore piuttosto differente da quelli che già conosciamo. Landini non è Renzi né Brunetta. Per fortuna. Varrà dunque la pena (giornalistica) di ascoltarlo e di approfondire. 

Valerio Lo Monaco

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