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Corruzione fuori controllo? La soluzione ci sarebbe

In generale, e di questi tempi, deve fare schifo anche solo l’idea, delle “leggi speciali”. Un’immediata reazione di fastidio che ha precise e solidissime motivazioni di natura razionale: all’interno di società come quelle occidentali odierne, falsamente democratiche e viceversa asservite a potentati oligarchici e sovrannazionali, ogni irrigidimento autoritario è di per sé un’arma in più nelle mani dei governi. Quei governi che sono appunto antipopolari per definizione (per costituzione, con la minuscola, che è spesso l’antitesi alla Costituzione, con la maiuscola) e che perciò vanno vincolati il più possibile all’osservanza di limiti operativi imprescindibili.

La sanzione giudiziaria, per loro, tende sempre e comunque a coincidere con la repressione. La repressione di ciò che interferisce con i loro obiettivi. La lotta contro l’illegalità viene presentata/rivendicata/esibita come affermazione della giustizia, e quindi come valore collettivo, ma è piuttosto la riaffermazione del controllo sulle vicende sociali, laddove configgano con gli interessi dell’establishment.

La prospettiva è questa, e non va mai dimenticata. Eppure, di fronte alla persistente e diffusissima corruzione negli appalti pubblici, e non solo, ci sarebbero eccome i presupposti per lanciare la richiesta, o la provocazione, di un approccio penale molto più drastico di quello vigente. Al posto delle attuali normative, che hanno dimostrato di essere completamente inadeguate a stroncare il fenomeno, una legislazione che sostituisca le procedure ordinarie con un assetto ripensato da cima a fondo. Istituendo per prima cosa dei tribunali esclusivi, allo scopo di eliminare qualsiasi rischio di far sprofondare i processi in quelle lungaggini che spianano la strada alla prescrizione, e magari introducendo il grado unico di giudizio, fatta salva la possibilità della revisione in presenza di nuovi elementi di prova.

Ciò che i corrotti e i corruttori dovrebbero sapere per certo è che, laddove individuati e perseguiti, la loro punizione sarà rapida, pesante, inderogabile. Il messaggio, anzi il monito, acquisirebbe finalmente una perentorietà non solo astratta, ma quanto mai concreta. La vagheggiata “certezza del diritto” troverebbe il suo indispensabile ancoraggio alla dura realtà delle condanne, e della detenzione, e dei risarcimenti a carico dei colpevoli, estendendo il recupero del maltolto ai prestanome e a chiunque altro se ne sia avvantaggiato. Fine del garantismo che prelude all’impunità. Esclusione di qualunque accordo preventivo, o beneficio successivo, che riduca l’ammontare degli anni da scontare nelle patrie galere, o addirittura ai lavori forzati. Ristabilimento, o instaurazione ex novo, del principio fondamentale per cui i “reati contro la pubblica amministrazione” sono in effetti delle odiose e imperdonabili forme di tradimento del sacro impegno ad agire a beneficio della nazione, che è fatta di cittadini in carne e ossa ma che allo stesso tempo, e ancor prima, si identifica nei suoi profili ideali, e dunque etici.

Sembra pura fantascienza, vero? Lo sappiamo benissimo. E sappiamo altrettanto bene – ci mancherebbe – che né il governo in carica né la quasi totalità dei partiti presenti in Parlamento, con l’eventuale/auspicabile eccezione del M5S, hanno la benché minima disponibilità a ragionare in questi termini. Le loro riforme draconiane sono riservate ad altro, a cominciare dal mercato del lavoro e dalla rimozione delle preesistenti limitazioni agli arbitrii voluti dai proprietari e dai rispettivi manager “Marchionne Style”.

Tuttavia, ci ricordiamo anche delle leggi speciali promulgate nei cosiddetti Anni di piombo, con la scusa dell’eccezionalità della minaccia terroristica e della conseguente emergenza democratica. E la conclusione, ovvia, è che da parte di Renzi e di chi gli regge il gioco (sia sostenendolo apertamente, sia appoggiandolo di fatto dietro le parvenze di un’opposizione fittizia), la corruzione non viene affatto ritenuta un pericolo altrettanto grave. Nessuna legge “speciale”, per un degrado che in fin dei conti è normale.

Federico Zamboni

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