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Omicidio Nemtsov: la pista “automatica” del Cremlino

Due e due fa… Putin. Secondo i media del mainstream, si capisce. Siccome Boris Nemtsov era uno strenuo oppositore del presidente russo, e siccome venerdì notte è stato ammazzato a revolverate, l’addizione è bella che impostata e il risultato viene di conseguenza: dietro l’omicidio del dissidente c’è – ci deve essere – il suo nemico principale. Che del resto, sempre secondo la vulgata occidentale, è una sorta di tiranno pronto a tutto, ivi inclusi l’assassinio di singoli avversari (dalla giornalista Anna Politkovskaja all’ex agente segreto Aleksandr Litvinenko) e il ricorso alla violenza militare come in Cecenia, in Ossezia e in Ucraina.

La notizia del momento si è così trasformata nell’occasione per piazzare un ennesimo tassello all’interno di una campagna di screditamento che è ormai divenuta permanente, e che costituisce l’equivalente mediatico delle sanzioni irrogate da USA e UE contro la Russia, nonché delle pressioni di altro genere. La strategia comune, che una volta stabilita dai vertici viene applicata in modo automatico dalle truppe di ogni ordine e grado, mira appunto a delegittimare Putin, sia sul versante interno che su quello estero.

Per quanto riguarda il primo, dove però l’operazione è resa assai più difficoltosa dal fatto che le manovre straniere vanno a sbattere contro gli argini di un potente orgoglio nazionale, la leva propagandistica è l’indebolimento del sistema economico, limitandone l’import-export e costringendolo a una pesantissima svalutazione della valuta nazionale. Quanto al secondo, invece, il gioco è incomparabilmente più agevole, andandosi a incardinare sulla classica antitesi tra i (sedicenti) buoni e i (presunti) cattivi. Di qua ci siamo noi, cittadini del nobile Occidente che si erge a paladino planetario della Democrazia e della Libertà, e di là ci sono gli altri, sudditi degli usurpatori di turno e succubi dei rispettivi disegni di sopraffazione/espansione.  

Nel caso specifico, perciò, la morte di Nemtsov è stata subito presentata nella solita chiave dell’assassinio politico da addebitare al Cremlino. Come dicevamo all’inizio, due e due fa… Putin. Il vecchio principio del “cui prodest” induce a prospettare la questione in termini pressoché retorici, per cui l’oggettiva domanda «chi può essere stato?» viene a coincidere con la variante, assai meno neutrale, «chi aveva interesse a farlo accadere?». Nei titoli degli articoli, o giù di là, il filo conduttore è la succitata contrapposizione tra il ruolo di Nemtsov, nelle vesti dell’oppositore coraggioso e liberale (coraggioso in quanto liberale), e quello di Putin, nei panni dell’autocrate spietato e in odore di dittatura. Senza il benché minimo timore di sprofondare nel ridicolo, viene inoltre riportata con grande risalto, e quindi enfatizzata, una frase attribuita dallo stesso Nemtsov a sua madre: «Smetti di criticare Putin, ti ucciderà». La naturale apprensione di una mamma nei confronti del figlio si innalza a presagio, e a chiave di lettura, di ciò che è avvenuto: poiché Nemstov è stato effettivamente ucciso, se ne deve dedurre che l’uccisore fosse quello preconizzato. L’esattezza della previsione implica la correttezza del presupposto. Due e due… eccetera.

Nel frattempo, però, si è aggiunto un minimo di approfondimento, che ha drasticamente ridimensionato, per non dire azzerato, l’assunto di partenza. Lo «storico oppositore», il cui dissidio con Putin risaliva all’epoca di Eltsin e dunque agli anni Novanta, aveva smesso da tempo di essere un leader di prima grandezza e pertanto non c’era motivo di ritenerlo una minaccia talmente forte da ordirne l’assassinio.

La lezione da trarne è evidente: a posizioni invertite – ossia di fronte a vicende inquietanti ma avvenute in Europa, come la morte del nazionalista austriaco Jörg Haider, oppure negli USA, come gli attentati dell’Undici settembre – lo stesso impianto accusatorio sarebbe tacciato all’istante di complottismo. E la spiegazione è tutta lì, nella formula che abbiamo usato quasi di sfuggita: “a posizione invertite”. Ossia ribaltate. In un rovesciamento dei fatti, dei valori, delle interpretazioni, che procede a senso unico. E che mette la realtà sottosopra, o almeno ci prova.

Federico Zamboni

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