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Califfato: Tikrit, Tunisi e manipolazioni mediatiche

Bisogna sempre ricordarsi di recepire con animo critico quanto ci viene comunicato ufficialmente. Questo sano principio vale anche per la giustificazione ufficiale sulla decisione di interrompere l’offensiva contro Tikrit, la città che diede i natali a Saddam Hussein e che ora è in mano ai guerrieri del Califfato. La decisione sarebbe stata presa per evitare perdite eccessive. Non convince chi ci ragioni un po’ sopra.

Chi ha lanciato l’offensiva non poteva non sapere che quando si entra in una città con le fanterie per strapparla al nemico, combattendo strada per strada e casa per casa, le perdite sono inevitabilmente elevate. Perfino Israele, con la sua schiacciante superiorità militare nei confronti dei palestinesi, ha subìto perdite significative quando le sue truppe sono entrate a Gaza. Una decina d’anni fa perfino gli americani, con tutta la loro tecnologia bellica, per conquistare la città irachena di Falluja hanno dovuto bruciare interi quartieri con bombe al fosforo e armi chimiche di cui ancora la popolazione soffre le conseguenze, perché in poco tempo le truppe USA avevano subìto più di 50 morti.

Allora il motivo vero della decisione di sospendere l’attacco a Tikrit è quello adombrato da una fonte curda. L’offensiva era condotta esclusivamente da forze sciite: volontari sciiti iracheni e reparti iraniani, comandati da un generale iraniano. Questo fatto stava compattando le popolazioni sunnite, stringendole attorno allo Stato Islamico in una difesa che diventava patriottica contro l’invasore sciita iraniano. Un problema politico quindi, non di strategia militare.  

Questo ci fa capire quali dinamiche si mettano in moto, e ci fa capire come la forza del Califfato non sia militare ma politico-culturale. Ci piaccia o no, è abbastanza evidente che il Califfato, oltre che del sostegno occulto di sauditi e turchi in funzione anti sciita e anti iraniana (senza escludere gli appoggi nascosti di Paesi occidentali e dello stesso Israele), gode di un vasto consenso popolare fra le masse sunnite di tutta la regione. La ferocia barbara che ci fa inorridire, fra quelle popolazioni viene recepita in modo ben diverso. Il potente mito delle origini dell’Islam, la cavalcata vittoriosa dei guerrieri di Allah che in pochi anni conquistarono un vasto impero con la furia spietata che tutto travolgeva ma anche portando giustizia e alleviando il peso dell’oppressione del potere precedente, sembra rivivere nelle scorribande dei nuovi cavalieri della fede. Noi non possiamo capirlo perché questa mentalità è estranea ai nostri schemi mentali, ma lo Stato Islamico ha una forza che viene dal mito, non dalle armi. Un mito che diventa arma politica potentissima. 

La forza attrattiva del Califfato su quelle popolazioni non viene offuscata nemmeno dal risalto che i nostri media hanno dato alle manifestazioni di Tunisi contro gli attentatori dei croceristi: la Tunisia laica e, naturalmente, democratica, che scende in piazza a esprimere il proprio sdegno. Gli stessi media però non possono del tutto tacere il fatto che proprio dalla Tunisia affluisce il maggior numero di combattenti per l’esercito del Califfato.

Intanto, a proposito di manipolazioni mediatiche, il clamore per l’episodio in fondo modesto dell’uccisione di alcuni croceristi, come modesta fu l’entità dell’assalto alla redazione di Charlie Hebdo, se confrontiamo questi episodi con le stragi quotidiane che si consumano sui vari fronti di quella vera e propria guerra mondiale che è in corso, è servito a oscurare completamente la guerriglia urbana di Francoforte, meno sanguinosa ma per l’Europa molto più significativa.

In discussione c’era la politica della BCE, c’erano le istituzione dell’UE, c’era quella pace sociale indispensabile ai padroni del continente. Allora ben vengano le raffiche di mitra di Tunisi a fare un po’ di spettacolo e a evocare fantasmi.

Luciano Fuschini     

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