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Ritorna in auge Sarkozy. E c’è chi se ne rallegra

Un “sospirino” di sollievo: è quello che hanno tirato i sostenitori dello status quo, dagli attori della politica alle comparse-claque dell’elettorato che gli dà retta, davanti ai risultati delle votazioni dipartimentali che si sono svolte in Francia domenica scorsa. A rassicurarli, almeno per il momento, è bastato il fatto che il Front National di Marine Le Pen non abbia compiuto l’ulteriore e temutissimo balzo in avanti, che nelle intenzioni della stessa Le Pen significava superare il 30 per cento.

Viceversa, il pur ingente raccolto si è fermato poco sopra il 25: comunque in ascesa e tale da farne il partito che da solo raccoglie il maggior numero di consensi, ma insufficiente a lasciarsi alle spalle la coalizione formata dall’UMP del redivivo Sarkozy e da quell’UDI, nato appena due anni e mezzo fa nel settembre 2012, che è a sua volta una federazione di soggetti minori. Il blocco di centrodestra ha così raggranellato quasi il 29 per cento dei suffragi – peraltro con un’astensione vicinissima alla metà degli aventi diritto – e acquisito gran parte dei seggi assegnati in questo primo turno, confidando di completare il suo successo in occasione dei ballottaggi che si svolgeranno domenica prossima. Una fiducia che poggia anche, dove la sfida sarà contro il Front National, sul sostegno assicurato dal partito socialista (sedicente “socialista”) col premier Manuel Valls che ha lanciato un appello a recarsi in massa alle urne e a preferire in ogni caso i candidati alternativi agli odiatissimi “populisti” del FN. L’indicazione, tuttavia, non è stata ricambiata da Sarkozy, che invece ha suggerito ai propri sostenitori di optare per la scheda bianca, quando il suo schieramento non sia presente. Valls l’ha presa malissimo, spingendosi a parlare di «errore morale e politico».

La parola-chiave, attenzione, è il primo dei due aggettivi: «morale». Un termine che viene scagliato contro Sarkozy, ma che in effetti ha per obiettivo il partito della Le Pen. Nella peggiore tradizione della pseudo sinistra odierna, tanto in Francia quanto altrove, e più che mai nell’Italia del PD a guida renziana, la pretesa è attribuire a sé stessi una qualità etica superiore. Che da un lato induce a guardare un po’ tutti dall’alto in basso, e che dall’altro si trasforma in un vero e proprio disprezzo, sempre invelenito e spesso debordante, per chiunque si azzardi a disconoscere le attuali forme di rappresentanza dei cittadini e a sollecitare nuovi obiettivi dell’azione di governo.

Il punto, infatti, è che quella presunzione di superiorità ha ormai perduto qualunque fondamento ideale, se mai ce l’ha avuto, e si è ridotta a una boria tanto istintiva quanto cinica, che ha come finalità e ragion d’essere il successo personale e di fazione. E che, perciò, è prontissima a mettersi al servizio dei potentati economico-finanziari che sono gli autentici burattinai della messinscena collettiva.

Essendo questa la prospettiva, viene da sé che per il Valls di turno sia di gran lunga preferibile appoggiare il centrodestra di Sarkozy, che rientra a sua volta nel sistema e che non si sogna neanche lontanamente di metterlo in discussione. L’essenziale, dal loro punto di vista, è che la pantomima del parlamentarismo liberale prosegua all’infinito, o se non altro il più a lungo possibile.

Succede in Francia. Succede, eccome, anche qui da noi. Per citare un solo esempio, un editoriale apparso ieri sul sito del Corriere titolava, a proposito delle elezioni transalpine e di quelle spagnole, “Il fragile argine dei populismi”: e nel testo, con palese preoccupazione, si segnalava/lamentava che in entrambi i casi «È esplicita la critica all’Europa, così come funziona oggi. Critica a volte ingenerosa, a volte strumentalizzata ad uso interno, ma pur sempre critica a un modello che ha tradito attese e aggravato disparità sociali. È forte il bisogno di protezione da nemici interni o esterni, veri o presunti. La tenuta dei partiti tradizionali, la loro capacità di interpretare la volontà popolare e di assumere un ruolo d’indirizzo, persino pedagogico, è messa a dura prova»; per poi aggiungere, subito dopo, che «saranno forse i sistemi elettorali, vecchi o riformati, ad arginare la fine dei bipartitismi e i rischi d’ingovernabilità».

Voilà: l’importante non è mica liberarsi di questo «modello che ha tradito attese e aggravato disparità sociali». L’importante è evitare il rischio che il sistema diventi ingovernabile, impedendo a chi ne tira i fili di realizzare i suoi scopi.

Federico Zamboni

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