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Pirelli, la Cina in casa

La Pirelli che diventa cinese rappresenta il risultato di diversi fattori. Dal punto di vista industriale è un fatto fisiologico. Per competere sui mercati mondiali devi avere una dimensione e volumi produttivi che la Pirelli da sola non era in grado di realizzare. E un mercato di sbocco che non era in grado di raggiungere. Era quindi necessario trovare un gruppo dalle dimensioni notevoli o dalle disponibilità finanziarie illimitate con il quale allearsi e cedergli di fatto il controllo del gruppo. 

Dal punto di vista geo-economico è l'ulteriore tappa nella crescita di una Cina che da tempo non è più un mercato di assorbimento di prodotti esteri ma che al contrario, da primo Paese esportatore che nel 2013 ha superato la Germania, attraverso le sue aziende è ormai in grado di muoversi a piacimento sul mercato globale e diventare cacciatore anziché preda. 

Dal punto di vista dell'Italia è la conferma di una crescente marginalizzazione del nostro Paese le cui principali industrie pesanti sono finite ormai sotto il controllo azionario di gruppi esteri o che vedono in prospettiva lo spostamento della sede direttiva all'estero come è il caso della Fiat-Chrysler (ora Fca). 

Infine, dal punto di vista finanziario, è la conferma della debolezza del mercato borsistico italiano. Tanto per ricordarlo, la società che gestisce la Borsa di Milano è sotto il controllo di quella di Londra, anche in conseguenza degli errori compiuti subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando il settore finanziario italiano venne lasciato finire sotto la tutela di Mediobanca. 

ChemChina (per la precisione si chiama China National Chemical Corporation) sarà il nuovo padrone della Pirelli. Marco Tronchetti Provera cederà ai cinesi una buona parte del pacchetto azionario di controllo della Pirelli detenuto dalle finanziarie di famiglia, in una delle quali è già presente anche la russa Rosneft, uno dei principali gruppi petroliferi del mondo. Non si sa, per ora, se la Rosneft, entrata in Pirelli nel 2014, vorrà ancora essere della partita e se le sanzioni occidentali (soprattutto Usa) contro Mosca per le vicende ucraine potrebbero indurla a un passo indietro. Tronchetti Provera ha però assicurato che gli impegni reciproci presi in campo industriale verranno mantenuti. 

La svolta, attraverso una Offerta pubblica di acquisto (Opa) che sarà lanciata in autunno porterà alla nascita della nuova Pirelli che vedrà i cinesi salire sopra il 50% delle azioni con al fianco soci come lo stesso Tronchetti Provera (che guiderà il gruppo fino al 2022), la Rosneft e banche come Unicredit e Intesa San Paolo. La svolta è fondamentale perché aprirà alla Pirelli le porte del mercato cinese dei pneumatici dove la ChemChina è già presente con una sua controllata Aeolus (attualmente al 28° posto tra i produttori globali), alla quale farebbero molto comodo le conoscenze tecnologiche e produttive del gruppo italiano con il quale verranno sviluppate le necessarie sinergie. Il mercato cinese ha infatti prospettive di crescita immense, in funzione di una prossima motorizzazione di massa, e la Pirelli vi è ben conosciuta come fornitore unico delle gomme per la Formula 1. 

Una scelta quasi obbligata quella della Pirelli, in considerazione poi del fatto che non vi sono in Italia soggetti industriali o finanziari nazionali con le risorse necessarie per investire nel gruppo milanese. E di soldi da immettere nel settore dei pneumatici ce ne vogliono parecchi per essere concorrenziali all'interno di un processo che vede in prospettiva fenomeni di concentrazione in arrivo. 

È un male o un bene per l'Italia che la Pirelli diventi cinese? Una domanda quasi superflua perché non vi erano alternative percorribili visto che i cinesi avevano i soldi ed erano già presenti nel settore. C'è un pericolo di trasferimento di tecnologia all'estero e quindi in Cina? In qualsiasi settore industriale, dove l'innovazione è la base dello sviluppo, il know how di oggi rischia di essere già vecchio tra due anni. E l'impresa che lo detiene rischia di finire fuori mercato. Innovare ed investire è quindi necessario. E in questo caso è toccato ai cinesi. Tralasciando le scontate considerazioni sul declino industriale del nostro Paese, il caso della Pirelli deve essere l'occasione per sottolineare come il gruppo milanese sia stato uno dei due maggiori beneficiari (l'altro è stata la Fiat) del sistema di Mediobanca. L'istituto milanese, nel periodo della Prima Repubblica, era una banca a capitale pubblico (il 75% delle azioni era di proprietà delle tre banche dell'Iri, Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) ma che venne lasciata operare al servizio esclusivo delle aziende private della cosiddetta galassia del Nord. Per queste aziende a Mediobanca (guidata da Enrico Cuccia) venne consentito di svolgere, in regime di monopolio, il ruolo di banca d'affari fornendo alle famiglie (Agnelli e appunto Pirelli) presenti nei cosiddetti “salotti buoni” un sistema grazie al quale potevano mantenere il controllo delle loro società con una partecipazione azionaria risicata e mettendo raramente mano al portafoglio con soldi propri per ricapitalizzarle. Il famigerato meccanismo in nome del quale le azioni non si contano ma si pesano. Un sistema che collassò su stesso con la morte di Cuccia e con la fine della Prima Repubblica e con l'irrompere del Libero Mercato nel quale invece delle chiacchiere contano le azioni, e comanda chi ne ha di più. Imprese come Fiat e Pirelli abituate troppo male si trovarono in difficoltà perché non erano in condizioni di affrontare quel Libero Mercato che, a parole, invocavano sempre ma che in realtà vedevano come il fumo negli occhi. La conseguenza di tale andazzo fu quello di far sparire la propensione al rischio da parte dei vari Agnelli e Pirelli che pensavano che la cuccagna potesse durare in eterno. E finì anche per trasformarli in finanzieri senza un vero progetto industriale alle spalle. Una realtà dimostrata dal modo scellerato con il quale Tronchetti ha gestito la Telecom, controllata con poche azioni e poi svuotata del suo patrimonio immobiliare. 

E allora non c'è da stupirsi se dei cinesi vengono a prendersi la Pirelli. Alla fine vince non solo chi ha più soldi ma chi ha voglia di rischiare e di mettersi in gioco. E Tronchetti sembra profondamente stanco e voglioso di passare le redini ad un altro. Anche se cinese.

Irene Sabeni

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