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Eutanasia dell’anima

Quando la malattia prende il sopravvento e la vita è ridotta a fatto meramente vegetativo, quando le giornate troppo vuote vengono passate su un letto, attaccati a dei macchinari che permettono la respirazione e il nutrimento a dispetto della natura stessa, quando l’amato familiare – quel leone di allegria e disubbidienza che era prima dell’affezione – è rannicchiato come un bambino sperduto, vergognoso di mostrarsi tanto nudo, e quando il pudore di fronte a quella vista impietosa diventa una sofferenza insostenibile si prega che sopraggiunga finalmente l’estrema tregua per non continuare a vedere sconfitto un lunghissimo amore.

Nel corso di giorni, mesi e a volte anni, la supplica si fa monito: mettere da sé la parola fine, specie se viene richiesta, con uno sconfinato atto di dolore e di generosità. 

A tale riguardo, in una società realmente civile, la legge e la scienza non dovrebbero avere alcuna voce in capitolo, ma è a questo punto che i nodi vengono al pettine. 

Negli ultimi tempi, il testamento biologico, il suicidio assistito e l’eutanasia sono divenuti accesa materia di dibattito e non è semplice prendere una posizione netta, rispetto alle varie correnti, ognuna contraria all’altra eppure ugualmente vera. 

Da una parte, la più importante, l’attenzione va rivolta alla persona sfinita dal male, privata della propria sovranità fisica e morale, che avrebbe il sacrosanto diritto di dire “basta” a un’esistenza che non è più tale, che non riconosce e che non vuole più. Se esiste un diritto alla vita, deve necessariamente esistere anche quello insindacabile di decidere della propria fine. 

Dall’altra parte, però, ci sono medici che, per le ragioni più svariate – religiose, etiche o razionali – non se la sentono di staccare il filo; anche in questo caso sarebbe sbagliato, e persino paradossale ai fini del nostro discorso, costringere una coscienza: la liceità della scelta deve valere per gli uni, ma anche per gli altri.

Ancora, c’è il vero sgomento, vale a dire la doppia morale della nostra società – meccanica, utilitaristica e sempre opportunistica – il cui scopo, annidato dietro le buone intenzioni, potrebbe essere quello di disfarsi legalmente di un individuo diventato a tutti gli effetti improduttivo e, dunque, un peso di cui liberarsi senza troppe remore.

A dare manforte ci sono i politici, quegli showman che, di trasmissione in trasmissione, trasformano i diritti civili più disparati nella propria pornografia ideologica e mercanzia elettorale. Peggio del peggio, infine, c’è la scienza – questo deus ex machina diabolicamente faustiano – che, scavalcando le leggi naturali, vuole brevettare da sé il Creato e le creature e programmare in laboratorio un uomo già predeterminato, dall’inizio al termine della sua vita: un individuo, se così si può dire, che sia quanto più impersonale possibile. 

Come si vede, a questo punto, siamo già troppo lontani dalla sofferenza di chi trascorre le proprie giornate nell’impossibilità di essere ancora uomo. Siamo anche troppo distanti dall’amore di chi, per non vedere più la persona cara snaturata, è disposto ad acconsentire alla sua richiesta di pace. E siamo infinitamente distanti dalla Natura, il cui dettame più importante risiede in quel magnifico mistero insito in ognuno di noi, eppure irriducibile alla nostra progettualità.

In “Essere e Tempo”, Heidegger sosteneva che l’uomo è un “essere-per-la-morte” e questa riflessione gli permette di fare proprio il senso dell’esistenza: è la presa d’atto della condizione umana, in termini di finitudine, a rendere vitale la vita. Contro ogni retorica, anche l’eventualità di potersi dare la morte, anziché rappresentare un pensiero sprofondato nella decadenza – oggi si direbbe depressione – entra a far parte della realizzazione del proprio Sé, in quanto costituisce un processo non soltanto naturale, ma anche salvifico. 

Il suicidio, che io personalmente rispetto e comprendo sotto ogni sua forma – persino nell’atto estremo c’è possenza di vita – non dovrebbe però essere regolamentato come se si trattasse di un’imposta qualsiasi: la sua scelta, intima e trascendente, non può essere delegata né al ministro di turno, né al magistrato di parte.

Burocratizzare la morte non significa altro che uccidere la parte di noi più ancestrale, di cui il mistero e la meraviglia sono la cassa armonica. 

Fiorenza Licitra

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