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Nucleare iraniano: la solita ira di Tel Aviv

Mai fidarsi delle apparenze, quando si tratta di Israele. Di Israele e – bisogna subito aggiungere – dei suoi alleati di sempre, USA e Gran Bretagna. Dove chiamarli “alleati” è in realtà un eufemismo, visto che la definizione più giusta sarebbe invece “alter ego”: soggetti che dietro il paravento dei singoli Stati, e dei rispettivi governi, utilizzano le medesime logiche e sono compartecipi di uno stesso disegno di potere, intimamente sovrannazionale.

La cautela, per non dire lo scetticismo, diventa dunque obbligatoria di fronte alle ultime notizie sui negoziati relativi al nucleare iraniano, che proprio in queste ore stanno attraversando l’ennesimo confronto, a Losanna, tra i rappresentanti di Teheran e il gruppo dei “"5+1" (Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Cina e Russia). Da un lato ci sono alcune indiscrezioni che prospettano, già per domani, uno sblocco dell’interminabile trattativa con un esito finalmente favorevole, sia pure sotto forma di intesa preliminare; dall’altro c’è la reazione rabbiosa di Netanyahu, che fresco di rielezione ha replicato per l’ennesima volta il classico atteggiamento israeliano a metà strada tra vittimismo e minaccia, premettendo che «questo accordo conferma tutte le nostre preoccupazioni e va anche oltre» e concludendo che «l’asse Iran-Losanna-Yemen è molto pericoloso per l'intera umanità. E deve essere fermato».

Come si vede, attraverso quel richiamo al presunto «asse Iran-Losanna-Yemen», si butta tutto nello stesso calderone, nel presupposto che nulla di ciò che viene fatto dall’Iran sia accettabile. Il sottinteso è una delegittimazione totale, che disconosce l’idea stessa di sovranità e, quindi, di autonomia. Dalla semplice ostilità, che di per sé appartiene al quadro naturale dei rapporti tra nazioni reciprocamente avverse, si passa così al desiderio, o alla smania, di mettere definitivamente fuori gioco gli interlocutori sgraditi. Una pulsione che del resto si ritrova con chiarezza ancora maggiore nel perenne rifiuto a consentire la costituzione di uno Stato palestinese: nell’ansia di neutralizzare in anticipo qualsiasi pericolo di matrice islamica, Tel Aviv pretende di essere l’unico attore-regista nello scacchiere mediorientale. Gli altri sono inaffidabili per definizione, a meno che non si sottomettano di buon grado all’asse (per nulla presunto) israeloangloamericano, e devono perciò accettare dei ruoli marginali, o comunque tali da non interferire col copione dell’egemonia occidentale.

L’idea stessa di imporre all’Iran dei controlli incessanti e di eccezionale rigore, riservandosi di autorizzare o meno l’avvio delle centrali nucleari, rientra in questo schema. Ormai la si dà per scontata, come se fosse un atto indispensabile e quasi ovvio di vigilanza planetaria, mentre in effetti è appunto un’imposizione specifica e “ad nationem”, che nei confronti di altri sarebbe non solo impossibile ma addirittura impensabile. L’assunto è che dell’Iran non ci sia da fidarsi, in quanto i suoi programmi energetici a uso civile costituirebbero solo lo schermo, e il preludio, di uno sviluppo in chiave bellica.

Ma quello che qui è un sospetto, più o meno fondato, altrove è una certezza: e come non bisogna mai stancarsi di ripetere, a tutt’oggi gli unici ad aver fatto ricorso agli ordigni atomici, sterminando gli inermi cittadini giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, sono gli Stati Uniti d’America. Senza, peraltro, mai rinunciarvi neanche in seguito.

Federico Zamboni

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