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L'8 marzo da dimenticare

Ieri è stata la giornata internazionale della donna. Una ricorrenza per molte, semplice (e insensata) occasione di festa, spesso ben sfruttata per parlare di violenza, domestica e non, ma che avrebbe in realtà una connotazione politica ben più forte. 

Non è un caso che in molte si sbaglino sull'origine e sul significato che potrebbe avere questa data, sebbene su queste pagine siamo poco inclini a dar valore alle ricorrenze e nonostante lo scarso significato che hanno le date scelte dall'Onu per far piacere a questa o quella categoria sociale. La tesi più in voga, anche sui media mainstream e dai sindacati di casa nostra, è quella delle operaie, di cui molte giovani italiane espatriate nella speranza di un futuro "migliore", della fabbrica di camicie newyorchese Triangle Waist Company morte nel rogo dell’edificio in cui lavoravano sottopagate e sotto la stretta sorveglianza dei loro "kapò" il 25 marzo del 1911. Chiaramente nessuno si domanda come mai la ricorrenza sia fissata giorni prima, né perché questo evento, che senza nulla togliere al dispiacere non è al 1911 né il primo né l'ultimo del genere, possa essere stato scelto.

La verità è che la "festa" della donna è una ricorrenza strettamente collegata al mondo russo - cosa assolutamente sconveniente in una Europa a uso e consumo degli USA - e ha nelle intenzioni iniziali un valore politico e non commemorativo - cosa, se possibile, ancora peggiore. Fu la socialista Clara Zetkin alla Conferenza di Copenaghen del 1910 a proporre di istituire la Giornata internazionale della donna e a scegliere l'8 marzo come data ideale. Il fine non era certo quello di farsi regalare mimose bensì di rivendicare la parità di trattamento rispetto agli uomini e ottenere l’estensione del voto politico alle donne in tutti gli Stati. L'8 marzo era la data della vittoria, non della sconfitta: durante l´insurrezione del 1848 Guglielmo I di Prussia era sceso a patti con il popolo in rivolta e aveva promesso di estendere il voto alle donne. Anche se, come spesso accade, era di una promessa "da marinaio", si trattava di un evento di portata storica. Con i limiti del suo tempo e l'attenuante della Storia, Clara Zetkin aveva colto nel segno: era la politica, la rivendicazione e l'autodeterminazione il fine da raggiungere. Poi però le ideologie fecero propria quella scelta, stravolgendone a proprio piacimento il significato. Il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste fissò all'8 marzo la Giornata internazionale dell'operaia. Di segno simile la rivendicazione newyorkese: "si tratta di una ricorrenza legata alla richiesta di migliori condizioni di lavoro - dicono dal mondo capitalista - altro che fanfaronate sulla vita politica". 

Oggi la violenza di genere è al centro delle celebrazioni per l'8 maggio. Chissà se, in tempi come questi, non sarebbe il caso di recuperare anche il significato "politico" di quella data, ricontestualizzandola e rindandole un significato degno di questo termine. 

Il suffragio universale è ormai la normalità in tutto l'Occidente e in quasi ogni Stato di diritto ma ovunque le classi politiche e le strutture sovrapolitiche hanno imparato a controllare, gestire e trasferire il potere con una disinvoltura tale da rendere praticamente superflua qualsiasi forma di partecipazione politica - o meglio, alle forme istituzionali di partecipazione. Anche le rivendicazioni lavorative hanno trovato la loro sintesi e hanno un po' superato il limite del sesso - anche se troppo spesso le donne a parità di mansione guadagnano meno degli uomini: nel mondo civile occidentalizzato si deroga ai diritti dei lavoratori con una semplice firma, si ricatta con la scusa della crisi economica e dove non si riesce si delocalizza o si importa mano d'opera disperata. E in una società che ha ormai messo da parte l'umanità intera e si concentra ossessivamente sul profitto parlare dei sessi è come parlare di quello degli angeli.

Sara Santolini

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