Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Renzi sì che ci tiene, alla sovranità popolare...

Il trucchetto dovrebbe balzare all’occhio, ma per sicurezza è meglio spiegarlo. Buona parte del suo meccanismo – e della sua insidiosità – risiede infatti nello scommettere, ancora una volta, sulla superficialità generale: la premessa sembra ineccepibile, mentre le conclusioni non lo solo affatto.

State a sentire. Matteo Renzi pubblica la sua nuova enews e tra i molti altri argomenti parla anche della riforma del Senato, che domani andrà «alla camera con il voto finale della seconda lettura». Tanto per cominciare, e per orientare la percezione a suo vantaggio, riepiloga gli obiettivi delle innovazioni ormai incombenti: «Superare il bicameralismo paritario, ridurre i poteri delle regioni e semplificare il rapporto tra centro e autonomie, eliminare gli enti inutili». Dopo di che, ecco scattare il trucchetto di cui dicevamo: «Puntiamo al referendum finale (perché per noi decidono i cittadini, con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario: la sovranità appartiene al popolo e sarà il popolo a decidere se la nostra riforma va bene o no. Il popolo, nessun altro, dirà se i parlamentari hanno fatto un buon lavoro o no)».

Il primo passaggio ambiguo è quel «puntiamo». In realtà non c’è il più piccolo margine di incertezza, sulla possibilità di arrivare alla meta. In base all’articolo 138 della Costituzione, per indire un referendum di questo tipo è sufficiente che ne faccia richiesta «un quinto dei membri di una Camera»: una soglia che a Montecitorio è pari a 126 e che, quindi, è facilissimamente raggiungibile da un partito come il Pd che da solo dispone di 309 seggi su un totale di 630. Se si vuole andare davvero alla consultazione, il termine giusto non è quel cauto, e ipocrita, «puntiamo». Non si tratta mica di una speranza da sottoporre a verifica, ma di una scelta che giungerà sicuramente in porto. Un’iniziativa che perciò dovrebbe essere annunciata fin d’ora come un’assoluta certezza. Sempre che, ribadiamolo, vi si voglia arrivare davvero.

D’altro canto – ed eccoci al cuore della questione – il reboante appello alla sovranità popolare è più che mai a bassissimo rischio. Innanzitutto, perché non è previsto un quorum. Quale che sia il numero di cittadini che si recherà alle urne, il risultato sarà valido. E questo, trattandosi appunto di un pronunciamento “confermativo” su delle norme che lasciano alquanto fredda l’opinione pubblica, costituisce  un palese vantaggio per chi miri alla convalida delle nuove disposizioni. I favorevoli si mobiliteranno assai più dei contrari, e determineranno l’esito finale.  

L’altro asso nella manica è il fortissimo discredito che avvolge sia il Senato, nella versione attuale, sia gli altri soggetti che usciranno ridimensionati, o addirittura cancellati, dalla Riforma. Un discredito che certamente ha molte e solide ragioni nel pessimo modo in cui quegli enti sono stati gestiti, ma che di contro viene strumentalizzato, specie nel caso del Senato, allo scopo di alterare profondamente gli equilibri istituzionali fissati dalla Costituzione.

La direttrice di marcia, come abbiamo sottolineato altre volte, è indirizzare la repubblica italiana verso un’impostazione di tipo presidenziale, con un Parlamento monocamerale a vocazione bipartitica e, comunque, con una legge elettorale di stampo maggioritario che permetta al vincitore di turno di controllare tanto l’Esecutivo quanto l’unica Camera rimasta a detenere i tipici poteri del Parlamento.

Renzi & C. sbandierano il tutto alla stregua di una semplificazione benefica, che dopo le elezioni porterà a sapere subito chi governerà durante la nascente legislatura e che spianerà la strada a un appoggio pressoché assicurato, al premier e alla sua squadra, da parte dei deputati del partito di maggioranza. La funzione amministrativa che si sovrappone a quella legislativa. La “sovranità” del popolo che finisce ancora più imbrigliata nelle reti della politica di palazzo: un voto ogni cinque anni e amen, essendo quasi impossibile che si vada allo scioglimento anticipato.

Manca solo una controfirma ufficiale dei cittadini, da sbandierare anch’essa come il trionfo – preventivo e permanente – della coincidenza tra i progetti di vertice e le aspirazioni di massa. Renzi “punta” al referendum confermativo. E con ogni probabilità porterà a casa il risultato che desidera: perché il bicameralismo ha fatto già troppi danni, al pari delle Regioni ingorde e degli enti variamente inutili o mal gestiti, e perché i più non si rendono conto che la patologia non è nell’assetto in quanto tale ma nel modo in cui lo si è concretizzato. Deviato. Stravolto.

Il virus che ha scatenato la patologia viene reinventato come vaccino. I pazienti ormai contagiati si mettono in fila, sperando nella guarigione impossibile.

Federico Zamboni

I nostri Editori

La scuola non seduce più da tempo. Altro che 16 euro al mese in più

L'8 marzo da dimenticare