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Strage nel Tribunale di Milano, e scatta la retorica

I fatti sono tragici, ma allo stesso tempo elementari: nella mattinata di ieri un uomo, imputato di bancarotta fraudolenta, entra nel Tribunale di Milano e si mette a sparare, ammazzando tre persone e ferendone altre due. Lo identificano subito, lo arrestano poco dopo. E poiché tra le vittime c’è anche un magistrato, il giudice fallimentare Fernando Ciampi, più di qualcuno si lancia in accoratissime riflessioni sui pericoli insiti nei ricorrenti attacchi alla credibilità della categoria. Tra gli altri, l’ex membro del pool di Mani Pulite, Gherardo Colombo, e lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

È una dinamica che noi giornalisti conosciamo bene e per esperienza diretta, quasi quotidiana. È la “tentazione dell’editoriale”. Che per i politici, o giù di là, si trasforma invece nella voglia pressoché irrefrenabile del mini comizio. E che d’altronde si ritrova un po’ dappertutto, nel dilagare dei commentatori più o meno improvvisati che si cimentano in interpretazioni ad ampio raggio, che partono da un fatto di cronaca eclatante e cruento, come appunto la strage consumata ieri nel tribunale di Milano, e che mirano a dimostrare una superiore capacità di analisi e di comprensione. Discorsi impegnativi che in apparenza vibrano di un’elevata tensione concettuale ma che in effetti sfruttano solo, o più che altro, il riverbero delle emozioni suscitate dalla tragedia del momento. In teoria dovrebbe trattarsi di  un’ispirazione. In pratica, e al di là dell’eventuale buonafede, diventa un pretesto.

Dice Gherardo Colombo: «Questo episodio è rivelatore di un clima che c'è oggi contro la magistratura. Non dico che vi sia un collegamento, me ne guardo bene, ma certamente questa continua sottovalutazione del ruolo, di svalutazione dei magistrati, contribuisce a creare un clima». Dice Sergio Mattarella: «I magistrati, come i responsabili di altre funzioni, sono sempre in prima linea, e ciò li rende particolarmente esposti. Anche per questo va respinta con chiarezza ogni forma, anche strisciante, di discredito nei loro confronti».

In entrambi i casi, una via di mezzo tra la scienza dell’ovvio e la strumentalizzazione a go-go. Un miscuglio che è sbagliato, e perciò inaccettabile, da cima a fondo. Fuorviante a cominciare dall’approccio dialettico e a finire con le conclusioni che se ne traggono. Da un lato ci si precipita a stabilire, o quantomeno ad adombrare, un nesso causale tra il singolo episodio e una situazione di carattere generale; dall’altro, si sorvola sulla realtà concreta dell’amministrazione giudiziaria, che purtroppo è costellata di pessimi esempi, e la si confonde con l’astratta sacralità della sua funzione istituzionale, che al pari di tante altre previsioni costituzionali è ormai ridotta a un artificio retorico nel quale è impossibile credere. Le generalizzazioni sono di per sé fallaci, se applicate in modo indiscriminato, ma il succitato discredito non è certo campato per aria: al punto che è doveroso chiedersi quale sia oggi la regola, e quale l’eccezione. E quante siano le probabilità di non finire stritolati dai meccanismi processuali se non ci si può permettere degli avvocati di grido, o se comunque la propria posizione va a confliggere con degli interessi, e dei potentati, di più vasta portata.

Ribadiamolo: il delirante assassino di Milano non incarna alcun fenomeno collettivo (se non, ma molto alla lontana e dunque in un senso che trascende lo specifico contesto degli omicidi, quella crescente frustrazione/anomia che si va diffondendo anche qui in Italia e che ha negli USA il suo esempio più radicato e indiscutibile) e bisognerebbe astenersi dal collegarlo a questioni complessive. Tuttavia, laddove lo si faccia, è almeno obbligatorio non prendere la palla al balzo per confezionare l’ennesimo spot a favore delle pubbliche istituzioni: che possono non avere alcuna specifica responsabilità nella vicenda di giornata, ma che ce l’hanno eccome su innumerevoli altri piani. Molto più ampi. Molto più gravi.

Federico Zamboni

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