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Hillary for President: la conoscete o no?

Poveri elettori Democrats, se dotati di un minimo di autentica idealità: alle Presidenziali del prossimo anno il candidato del loro partito sarà quasi sicuramente Hillary Clinton. Una su cui è semplicemente impossibile nutrire delle aspettative, quanto ad autonomia dall’establishment: e se è vero che tali aspettative sono di per sé infondate, come ha ribadito, in ultimo, anche la presidenza del “sognatore” Obama, in questo caso non c’è nemmeno spazio per le illusioni.

Con i suoi ormai 67 anni, e con la sua lunghissima parabola ascendente nel mondo politico statunitense, Hillary Rodham Clinton è l’antitesi stessa di qualsiasi slancio disinteressato. Una che si è talmente impregnata delle logiche del potere, con la loro immane distanza tra immagine pubblica empatica e prassi decisionale spietata, da averne fatto una seconda natura, ammesso che la prima (e c’è davvero da dubitarne leggendo la sua stucchevole autobiografia pubblicata nel 2003, in pratica un maxi depliant da oltre 600 pagine) fosse di un’altra pasta.

Ancora più di quanto accade di solito, quindi, la sua campagna propagandistica sarà un’enorme operazione di marketing, nel tentativo di accendere quel vasto consenso – quella identificazione potente, seppure momentanea – che serve a coinvolgere i più tiepidi e addirittura gli sfiduciati, fino a indurli ad abboccare all’ennesimo amo della messinscena democratica in versione USA. Con un evidente paradosso: il risultato dovrà essere perseguito sia grazie al suo passato, sia nonostante quello stesso passato.

In linea di principio, e secondo logica, le due possibili reazioni sono antitetiche: preso atto di ciò che lei è stata finora, e che certamente non muterà in maniera sostanziale in questo scorcio conclusivo della sua interminabile carriera, la conseguenza naturale è riconoscersi oppure no nelle sue caratteristiche, attitudini, finalità. Essendo l’opposto di un outsider, che emergendo da un relativo anonimato lascia spazio a delle ipotetiche sorprese su ciò che farà in caso di successo, non c’è nulla da scoprire. E se togliamo la “grande novità” della prima donna alla Casa Bianca – novità che tuttavia non le appartiene in quanto individuo, ma solo come appartenente al genere femminile - non c’è neanche nulla di suggestivo da cui lasciarsi sedurre.

Per quanti sforzi possano fare gli spin doctor di turno, siamo agli antipodi del travolgente effetto Obama del 2008: lui era un giovane pieno di energia e di promesse, al di là della loro ingannevolezza, mentre lei è una donna parecchio in là con gli anni e fin troppo navigata, che in caso di elezione diventerebbe il presidente più anziano di sempre, al momento della nomina, con la sola eccezione di Reagan, il quale però aveva una carica di innovazione, e quindi un appeal, di gran lunga superiori.

Non c’è l’ombra della più piccola scusa, stavolta. Chi deciderà di votare per Hillary è tenuto a sapere che andrà a rinsaldare l’assetto presente. L’assetto dominante. Il massimo che si può sperare da lei, sul piano delle politiche sociali, è che mantenga in piedi la riforma del sistema sanitario voluta da Obama, visto che si tratta di un suo vecchio cavallo di battaglia già dai tempi in cui era la first lady. Ma quanto agli aspetti decisivi, a cominciare dalla finanza speculativa che continua a imperversare sull'onda delle politiche iper accomodanti della Federal Reserve e alla faccia delle restrizioni tuttora incompiute del Dodd-Frank Act del 2010, l’acquiescenza sarà pressoché assoluta. E sul versante internazionale, dove com’è noto le turbolenze sono terribilmente in crescita, è doveroso tenere bene a mente questa lapidaria dichiarazione di neanche un anno fa, nell’agosto 2014: «Non fare danni non può essere il principio della politica estera americana».

Chiaro: non quando i danni ricadono in massima parte sugli altri.

Federico Zamboni

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