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Draghi-Spot a favore del Quantitative Easing. Ma all’improvviso…

Basta con la dittatura della Banca centrale europea! Così recitava lo slogan stampato sulla maglietta di una manifestante che ha cercato inutilmente di bloccare la conferenza stampa di Mario Draghi che, a Francoforte, ha fatto il punto sui risultati del cosiddetto Quantitative Easing. Il meccanismo che comporta la fornitura di moneta alle banche in cambio dell'acquisto di titoli pubblici a lungo termine dei Paesi membri dell'Eurozona che le stesse hanno in portafoglio.

La manifestante, che si chiama Josephine Witt ed è una militante del gruppo Femen ma che ha precisato di ritenersi «un'attivista indipendente», ha gridato più volte lo stesso slogan nella sala, è riuscita ad arrampicarsi sul banco dei dirigenti e a riempire Draghi di coriandoli (una metafora delle banconote che la Bce regala agli amici?), prima di essere trascinata via dagli uomini della sicurezza. La donna ha voluto esprimere una protesta condivisa da milioni di cittadini europei che si trovano a dover convivere con decisioni che impattano pesantemente con la vita di tutti e che, al contrario, vengono assunte da una ristretto gruppo di oligarchi. Forse l'autrice della protesta non ha ben realizzato come lo stesso Quantitative Easing rappresenti la premessa per attribuire ancora più maggiori poteri alla stessa Bce.

La svolta che si è avuta con la sentenza dell''Alta Corte di Giustizia europea che a metà gennaio ha dato il via libera all'acquisto di titoli è infatti a dir poco storica. La Corte, chiamata dal governo tedesco ad esprimere un giudizio sul programma di Omt (Outright monetary transactions), ha espresso il parere – la sentenza vera e propria ci sarà prima dell'estate – che gli acquisti di titoli non sono in contrasto con i trattati europei anche se ha precisato che gli interventi della Bce non dovranno però concretizzarsi in una assistenza finanziaria diretta a un Paese specifico.

Se non è zuppa è pan bagnato. Una volta che si è rotto l'argine tutto il resto infatti seguirà e la Bce, come la Federal Reserve Usa, e con il plauso delle oligarchie finanziarie, tenderà a trasformarsi nel primo pagatore delle finanze pubbliche degli Stati, con tutte le conseguenze in termini di potere per chi, come Draghi, manovrerà i cordoni della borsa. Se la Bce non può partecipare alle aste dei titoli pubblici, è chiaro che acquistare Btp e Cct italiani o Bonos spagnoli dalle banche avrà lo stesso impatto non da poco sui tassi di interesse che verranno spinti al ribasso. Discorso opposto per il tasso di inflazione che, in presenza di una maggiore liquidità in circolazione, dovrebbe al contrario tornare a salire e allontanarsi da quel livello pari allo zero che aveva contrassegnato gli ultimi mesi.

La deflazione, considerata l'anticamera della depressione economica, come dimostra il crack del 1929, rappresenta l'incubo delle imprese che rischiano di incamerare ricavi che non sono in grado di coprire nemmeno le spese sostenute. La maggiore liquidità in circolazione dovrebbe essere utilizzata per fare credito alle imprese, che potranno così investire ed innovare i processi produttivi, e alle famiglie. In tal modo, attraverso questa domanda indotta di tipo keynesiano, con tutte le riserve su un aggettivo che troppo spesso è abusato, l'economia dovrebbe ripartire.

Draghi nel suo intervento ha sostenuto che ci sono già segnali che questo si stia verificando. Tutto va secondo le nostre aspettative, ha dichiarato. Sarà. A far sorgere qualche dubbio che quei soldi (60 miliardi di euro al mese) andranno a finanziare l'economia reale è la notizia di qualche giorno fa che la stessa Bce ha giudicato ancora insufficienti i requisiti patrimoniali di troppe banche, ad incominciare da quelle italiane, che dovranno essere ancora ricapitalizzate. E questo vuol dire che sono messe davvero male. Peraltro, a voler essere precisi, Draghi ha sostenuto che ci sono stati un allentamento delle condizioni e dei costi di finanziamento e una crescita, non quantificata o quantificabile, dei flussi di credito verso le famiglie e le imprese, a fronte di una domanda di credito che è «aumentata notevolmente».

Appunto. Imprese e famiglie hanno chiesto prestiti, o meglio continuano a chiederli, bisogna vedere se le banche li concederanno. Sono le stesse banche, è bene ricordarlo, che hanno ricevuto prestiti più che agevolati dalla stessa Bce (il tasso di riferimento è stato lasciato invariato da Draghi allo 0,05%) e che li hanno utilizzati per ricapitalizzarsi e rifarsi delle perdite dovute ad investimenti sbagliati e speculazioni andate a male.

Filippo Ghira

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