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Orgoglio celerino: lo Stato ordina, noi eseguiamo

Per 14 anni è stato zitto, quantomeno pubblicamente, poi alla fine non ha più resistito ed è uscito allo scoperto. Via Facebook, manco a dirlo: dove ci si può affacciare in qualsiasi momento del giorno o della notte (anche in senso metaforico, ovvero al sole della lucidità o nelle tenebre della frustrazione) e sciorinare le proprie emozioni e i propri pensieri. I propri ragionamenti, o presunti tali.

Lui si chiama Fabio Tortosa, classe 1973, e di mestiere fa il poliziotto. Il 9 aprile scorso – presumibilmente ispirato/esasperato dalla sentenza di due giorni prima con cui la Corte europea dei diritti umani ha stigmatizzato come «tortura» le violenze commesse il 21 luglio 2001 dalle forze dell’ordine contro gli occupanti della scuola Diaz, durante il G8 di Genova – ha piazzato nella sua pagina il seguente messaggio: «Io sono uno degli 80 del VII Nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte». Dopo di che, non contento di quella prima sortita, l’indomani è tornato sull’argomento e ha ampliato il discorso: «Esistono due realtà, due verità. La verità e la verità processuale. La verità processuale si è conclusa con una condanna di alcuni vertici della polizia di Stato e del mio fratello Massimo Nucera a cui va sempre il mio grande rispetto ed abbraccio. Poi esiste la verità, quella con tutte le lettere maiuscole. Quella che solo io e i miei fratelli sappiamo, quella che solo noi che eravamo lì quella notte sappiamo. Una verità che non abbiamo mai preteso che venisse a galla. Una verità che portiamo nei nostri cuori e nei nostri occhi a distanza di quasi 15 anni, quando quegli uomini incredibili si reincrociano in ogni piazza d'Italia in cui ci sia da avversare i nemici della democrazia. Quegli occhi che si uniscono in un abbraccio segreto. In un convenzionale e silenzioso 'si', lo sappiamo, ci hanno inculato. Ma che importa? non era la gloria quello che cercavamo. Quello che volevamo era contrapporci con forza, con giovane vigoria, con entusiasmo cameratesco a chi aveva, impunemente, dichiarato guerra all'Italia, il mio paese, un paese che mi ha tradito ma che non tradirò».

Una sfuriata alquanto unilaterale, come si vede. Da bravo poliziotto-soldatino, che non chiede nulla di più e di meglio che obbedire agli ordini e sentirsi membro di un gruppo affiatato con cui dividere l’oscura ebbrezza della repressione, l’ormai ultraquarantenne Tortosa dà la stura alla propria autodifesa a senso unico. Da un lato è odioso, perché lo sfogo fuori servizio la dice lunga su ciò che lui e i suoi “fratelli” sono in grado di combinare quando si ritrovano in tenuta antisommossa e si danno da fare «con entusiasmo cameratesco»; dall’altro fa quasi pena, essendo così evidente che il suo è innanzitutto un deficit culturale, o persino cognitivo. Sprofondato nella sua condizione di celerino, sempre pronto a partire alla carica non appena il funzionario di turno gliene impartisca il comando, non riesce proprio a vedere le cose al di là della sua piccola prospettiva di guardia armata al servizio dell’establishment.

La confusione è qui. Ed è quella tipica del lealismo, che se in buona fede è a dir poco ingenuo, ma che spesso equivale invece a un alibi di comodo, tanto ipocrita quanto cinico: lo Stato coincide con il governo in carica, e il patriottismo con l’allineamento al potere costituito. I dimostranti hanno torto per definizione, a meno che non si limitino a sfilare in cortei perfettamente pacifici (e dunque totalmente innocui), e ai primi tafferugli si trasformano in «nemici della democrazia» da debellare senza pietà a suon di manganelli e lacrimogeni; o magari di revolverate esplose da agenti in borghese oppure partite “per errore” come ai bei tempi di Francesco Cossiga al Viminale, e degli omicidi di Giorgiana Masi e di Stefano Recchioni.

A proposito: Tortosa ha declinato qualsiasi responsabilità, sua e dei suoi colleghi di reparto, rispetto alla «macelleria messicana» di quella notte alla Diaz. Altri sono stati i colpevoli e molto è restato nell’ombra. Nella sintesi via Facebook, «sì, lo sappiamo, ci hanno inculato». Ma poi, di fronte a quell’omertà di Stato che rientra alla perfezione nella lunghissima catena dei depistaggi e degli insabbiamenti in stile “strategia della tensione”, ecco scattare l’automatismo della sottomissione. Che viene addirittura rivendicata con una sorta di orgoglio, a fronte di «una verità che non abbiamo mai preteso che venisse a galla», e che all’opposto è solo l’ulteriore dimostrazione di una disciplina malintesa: il torto fatto da chi ha mistificato gli avvenimenti della Diaz non riguarda solo gli «80 del VII Nucleo», ma l’intera popolazione italiana. L’intera Repubblica. Questa nostra fatiscente democrazia.

Non sono “panni sporchi” da lavare in famiglia, per poi gloriarsi di quanto si è stati capaci di chinare la testa e di ubbidir tacendo.

PS Ieri Fabio Tortosa è stato stato sospeso per altre frasi, insultanti, rivolte a Carlo Giuliani, e nonostante in seguito se ne fosse scusato. La subitanea “indignazione” delle autorità, con Alfano in testa, richiederebbe a sua volta un approfondito commento. Ma in un altro articolo.

Federico Zamboni

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