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Per i bancari solo un tozzo di pane (avvelenato)

Alla fine la montagna ha partorito il classico topolino. Dove la montagna sono le banche e il topolino è il nuovo contratto nazionale di categoria. Ci sono voluti un anno e mezzo di tempo e due scioperi nazionali per convincere le banche a concedere un aumento (85 euro) che, scaglionato sui prossimi tre anni, servirà appena a recuperare il tasso di inflazione. In ogni caso, l'ipotesi di accordo, sottoscritta dai sindacati, dovrà essere approvata entro il 15 giugno dai lavoratori (sono circa 300 mila) che ne saranno i beneficiari.

Una consultazione necessaria e che la dice lunga sulla crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali, così condizionati dai rapporti con la politica nazionale e locale, che nel mondo bancario sono strettissimi, da avere perso migliaia di iscritti a tutto vantaggio di nuove sigle che, seppure piccole, quantomeno svolgono seriamente il proprio lavoro. Una puntualizzazione che vale sia per i sindacati della triade Cgil-Cisl-Uil che per la Fabi, il primo sindacato del settore.

In una fase economica e politica come l'attuale, nella quale si stanno creando e stabilizzando alleanze che serviranno a rafforzare il potere del gruppo di comando del Partito Democratico, insomma quello renziano, il controllo sul mondo bancario diventa la prima garanzia del fatto che si potrà gestire il futuro in funzione dei propri obiettivi. E le grandi banche italiane, Intesa-San Paolo, Unicredit e Monte dei Paschi di Siena, attraverso le varie fondazioni bancarie, sono saldamenti controllate da uomini immancabilmente legati al PD.

Il via libera al nuovo contratto ha rappresentato quasi una scelta obbligata per i sindacati. In caso contrario vi sarebbe stata da parte dell'Abi (l'associazione dei banchieri) la disapplicazione del contratto di lavoro esistente e le banche, di fatto, avrebbero avuto le mani libere per procedere a quella che i banchieri indicano come “una ristrutturazione del settore”. Un eufemismo per indicare una riduzione consistente del personale dipendente, tramite licenziamenti e prepensionamenti, oltre ad interventi mirati che avrebbero penalizzato gli attuali inquadramenti professionali, con effetti negativi consistenti sulle retribuzioni.

Proprio sull'occupazione si era registrato un muro contro muro. Infatti, mentre i sindacati avevano interrotto la trattativa chiedendo la salvaguardia dell'occupazione, Alessandro Profumo, vicepresidente dell'Abi e numero uno del Monte dei Paschi, aveva replicato che non se ne parlava proprio, considerata la crisi che il mondo bancario sta attraversando. Poi, tanto per dimostrare che anche i banchieri hanno un'anima attenta al “sociale”, ecco che l'Abi ha concordato da un lato con i sindacati l'introduzione di un salario d'ingresso per i giovani neo assunti da finanziare con l'aumento del fondo per l'occupazione. E dall'altro, ha previsto strumenti mirati per la riqualificazione professionale e il ricollocamento dei dipendenti licenziati.

Ma se il settore, come ripetono i banchieri, è in crisi, questo ricollocamento si trasformerà inevitabilmente in un miraggio, in una presa in giro. Tutte chiacchiere quindi. Resta il fatto che ancora una volta si vuole fare pagare ai lavoratori le colpe dei dirigenti. Responsabilità pesantissime che, oltre nei fisiologici errori di gestione, vanno ricercate nella speculazione pura e semplice realizzata dalle banche italiane sui derivati e su altri titoli spazzatura nello stesso periodo, antecedente al 2008, in cui questa era la norma da parte delle banche Usa. Poi la crisi, manifestatasi nel mercato finanziario statunitense, finì per tracimare in Europa, evidenziando la debolezza patrimoniale e finanziaria che si era venuta a creare nelle banche italiane.

Una debolezza che, evidentemente, era maggiore di quanto i bilanci ufficiali testimoniassero e alla quale poco hanno giovato i prestiti triennali (soldi regalati al tasso dell'1%) della Bce e i Tremonti Bonds. Tanto è vero che le banche italiane negli ultimi anni hanno smesso di fare credito alle piccole e medie imprese mentre, al contrario, lo si è concesso a piene mani ai grandi gruppi industriali, a cominciare da quella Fiat che da anni ha avviato il ridimensionamento della propria presenza in Italia. Grandi gruppi che hanno un peso “politico” maggiore rispetto a quello delle piccole imprese che però sono quelle che costituiscono la spina dorsale del nostro sistema industriale e dalle quali dipende il livello dell'occupazione che infatti è crollato ai minimi storici.

Ecco quindi che il settore bancario diventa la cartina di tornasole della crisi economica italiana e un ulteriore esempio del come il lavoro, come fattore della produzione, si sia ridotto sempre di più a merce. Un tempo i cabarettisti e i cantautori ironizzavano sul bancari e sui loro presunti privilegi. Oggi non è più così e i sindacati, nel settore creditizio, come altrove, sono diventati corresponsabili, e complici, del nuovo corso.

Giuliano Augusto

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