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Lacrime di coccodrillo, sui migranti che crepano

È un caso da manuale di inganno collettivo, il modo in cui si discute della questione dei cosiddetti migranti. In massima parte, infatti, il dibattito viene incardinato su una contrapposizione di natura apparentemente morale: una sorta di conflitto, grottesco, tra i buoni e i cattivi. Dove i buoni sarebbero quelli che si commuovono e solidarizzano con gli sventurati in arrivo sulle nostre coste, mentre i cattivi sarebbero invece quelli che non si commuovono affatto e chiedono a gran voce di fermare il fenomeno con ogni mezzo, sia preventivo che repressivo.

Semplificando, e ricorrendo al cast politico della legislatura in corso, è il dissidio tra i tipini sensibili alla Boldrini e i tipacci sbrigativi alla Salvini. Un dissidio che si rinnova di continuo, a forza di attacchi reciproci e sprezzanti, e che serve magnificamente a un paio di finalità assai gradite al sistema: uno, rinverdire l’illusione di appartenere a una civiltà che, pur tra mille ingiustizie, è capace di grandi slanci umanitari; due, tenere alta la temperatura emotiva dell’opinione pubblica, e innanzitutto degli estremisti dell’uno e dell’altro orientamento, in maniera tale da distogliere l’attenzione dal vero nocciolo del problema. Che è la compatibilità del modello economico occidentale con una salvaguardia effettiva – e quindi costante anziché estemporanea, sostanziale anziché retorica – dei bisogni materiali e interiori degli esseri umani. A cominciare dai cittadini delle (sedicenti) democrazie liberali, ma guardando anche a quelli che vivono in società di altro segno.

Il chiarimento dovrebbe partire da qui. Dai valori e dagli obiettivi su cui sono imperniate concretamente, ovvero al di là delle dichiarazioni di principio e delle ipocrisie di facciata, tanto la nostra realtà interna, quanto la nostra proiezione all’esterno. Tanto il governo dei nostri cittadini, quanto le pressioni sugli altri governi e sugli altri popoli. Cosa vogliamo raccontarci, arrivati al 2015 e di fronte agli sconquassi causati dall’economia finanziaria e dall’egemonia statunitense? Che nonostante tutto rimane valida la classica versione ufficiale per cui le intenzioni sono e restano ottime, dalle garanzie di libertà individuale alle opportunità di benessere, per cui anche i peggiori risultati devono essere considerati nulla di più che difficoltà momentanee, che presto o tardi verranno superate?

 

La verità è del tutto diversa. L’Occidente, ovvero i potentati privatissimi che ne hanno usurpato le pubbliche istituzioni, si muove in una prospettiva, imprescindibile, di sopraffazione sistematica e spietata. I metodi possono variare di volta in volta dai condizionamenti pacifici delle partnership economico-politiche fino alla brutalità palese degli attacchi espliciti, e persino sanguinari come nelle aggressioni militari contro gli “Stati canaglia”, ma la logica è la medesima: asservire chiunque e sotto qualsiasi latitudine, procedendo imperterriti nella perenne ricerca di nuove occasioni di profitto. Le eventuali intese sono sempre di vertice, e pazienza se si tratta di stringerle con regimi autoritari, o peggio; le ricadute negative sulle rispettive popolazioni non costituiscono mai un freno decisivo, né nell’immediato né in seguito.

Il caso dell’Africa, e del Medio Oriente, è esemplare. La crescente invivibilità di molte zone, martoriate dalla miseria e dall’integralismo islamico, ha tra le sue cause principali i ripetuti sconvolgimenti cagionati negli ultimi anni da USA e UE, abbattendo prima Saddam e poi Gheddafi. In nome dei propri interessi si sono ignorate le conseguenze che ne sarebbero derivate a danno degli abitanti, sia di quelle nazioni disintegrate, sia di altri Stati più o meno limitrofi. Vuoi per eccesso di cinismo, vuoi per difetto di previsione, si sono anteposti certi vantaggi a certe altre ripercussioni. E in entrambi i casi, evidentemente, è vietato cadere dalle nuvole e piangere lacrime di coccodrillo sui disastri successivi.

I poveri migranti con cui oggi si empatizza, per lo più a chiacchiere, continuano a essere le comparse di un film, anzi di un kolossal, che mira a fare soldi sulla loro pelle. Durante il primo tempo ha fatto comodo utilizzarli nelle loro location originarie. Durante il secondo, e in chissà quali e quanti sequel successivi, torna utile trasferirli qui da noi, mettendoli in concorrenza con i poveri, e semipoveri, e nuovi poveri, nostrani.

Ci saranno sempre più risse fuori dagli studios, nel tentativo di accaparrarsi un posto sul set? Nulla di insopportabile, per le major che producono il tutto.

Federico Zamboni

 

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