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Venezuela: due anni dopo Chávez, a che punto è la revolucion?

Due anni difficili, quelli di Nicolás Maduro alla guida del Venezuela. Era prevedibile che arrivare dopo Hugo Chávez, dopo la sua lunga marcia verso il socialismo del XXI secolo e i cambiamenti radicali impressi al Paese, avrebbe significato dover affrontare, oltre che la condizione contingente, anche il confronto impari col ricordo del leader della rivoluzione bolivariana. 

Maduro è entrato in carica il 19 aprile 2013, dopo aver vinto le elezioni con il 50.66% dei voti, con un distacco talmente risicato da convincere le opposizioni che sarebbe stato finalmente possibile sovvertire il risultato delle urne con la violenza. Da allora, infatti, il capo dello Stato venezuelano ha dovuto affrontare le cosiddette guarimbas, tentativi di golpe, una vera e propria guerra economica e una intensa campagna di discredito che recentemente è culminata nella dichiarazione nella quale il presidente statunitense Obama ha definito il Venezuela una «minaccia inusuale e straordinaria» per gli Usa. 

Accusando Maduro e il Psuv di frode elettorale, a partire da poche ore dopo il voto l’opposizione aveva alimento dimostrazioni violente il cui bilancio era stato di 11 morti, 78 feriti e 289 arrestati. Nel febbraio 2014 ci fu una nuova chiamata alla mobilitazione per far cadere il governo Maduro con  le guarimbas: blocchi stradali e violenze che costituivano parte di una strategia promossa dal leader dell'opposizione Leopoldo Lopez con il piano conosciuto come “La salida” (l’Uscita). Questo nuovo tentativo aveva  prodotto 43 morti e oltre 878 feriti. L’opposizione ha cercato di replicare nei primi mesi del 2015, stavolta cercando di organizzare un vero e proprio colpo di Stato, sventato dalle istituzioni venezuelane, che ha portato all’arresto di 10 ufficiali delle forze armate e del sindaco di Caracas Antonio Ledezma, accusato di aver promosso e sottoscritto un documento “per la transizione” del potere. 

Maduro ha più volte denunciato che dopo la sua elezione è stato lanciato un colpo di stato morbido, una strategia relativamente non violenta già utilizzata già altrove per rovesciare i governi senza ricorrere alle armi, un piano basato sulla manipolazione dei media, sulle proteste di piazza infiltrate da gruppi violenti e sul sabotaggio economico. Due anni complicati, quindi, durante i quali Maduro ha dovuto passare più tempo a difendersi che a lavorare per il Paese. Ciò nonostante – oltre a varare misure congiunturali – il governo venezuelano ha avviato e approfondito le iniziative sociali per continuare la lotta contro la povertà e l'esclusione. Con la creazione di nuove Misiones che si sono aggiunte a quelle create dal Presidente Chávez, tra queste  Jóvenes de la Patria, Nevado, Eléctrica Venezuela e Transporte. Sono stati inoltre creati il Mercal Obrero e il Mercal Comunal Casa por Casa per cercare di supplire alla carenza di beni di prima necessità causata dall’accaparramento. Sul fronte fiscale, Maduro ha dovuto affrontare gli shock economici seguiti al calo dei prezzi del petrolio e al contrabbando di petrolio e merci di ogni genere lungo il confine colombiano. In questo scenario, il presidente ha chiesto e ottenuto dall'Assemblea Nazionale il ricorso alla Ley Habilitante che gli dà il potere di legiferare su temi come l'economia, la sovranità alimentare, la giustizia sociale, lo sviluppo e l'efficienza della produzione e la corruzione. 

Tutto questo non cancella il fatto che la crisi sia una realtà in un Paese nel quale dal 1999, anno della prima elezione di Hugo Chávez alla presidenza, si erano registrati cambiamenti radicali nel livello di vita della popolazione - in campo educativo, sanitario, sociale – e che oggi si trova a fare quasi un tuffo nel passato di fronte a una economia fustigata dal crollo della moneta nazionale e dallo scarseggiare dei beni di prima necessità. Tuttavia, nonostante i freddi conti economici basati sui parametri dell’economia liberista gettino una cattiva luce su Caracas, le politiche sociali del Venezuela continuano ad essere riconosciute dalle organizzazioni internazionali. Se la FAO afferma che il Venezuela è «un esempio per il mondo» in materia di alimentazione, avendo portato la denutrizione dal 13,5% del 1990-1992 a meno del 5% nel periodo 2010-2012, forse sarebbe il caso di riflettere su quanto la stampa mainstream continua a raccontare di quel che accade a Caracas: l’insoddisfazione della popolazione, la repressione, le condizioni disastrose dell’economia. Se anche un solo bambino non soffre più la fame questo dovrebbe essere considerato un traguardo da Paesi “occidentali e democratici” che accusano il Venezuela di essere un regime autoritario mentre si disinteressano dell’aumento della malnutrizione e del sempre più difficile accesso alla sanità e ai sostegni sociali in casa loro. Ma così non è. Anzi, insistono nel criticare Caracas dall’alto dei loro sistemi politico-economici dei quali è in verità oramai conclamato il fallimento. È il caso della Spagna, che usa toni paternalistici, da ex “padrone di casa” fin dall’inizio della rivoluzione bolivariana e che anche ultimamente non ha perso occasione per inserirsi nel dibattito interno venezuelano. E forse anche qualcosa di più. Difatti il mese scorso il presidente Nicolas Maduro aveva paventato il coinvolgimento di Madrid nell’ultimo tentato golpe, indicando nella persona dell’ex presidente spagnolo Felipe González la mano occulta di questa nuova ingerenza ufficializzata nelle dichiarazioni della Camera dei deputati del regno di Spagna e del Senato colombiano. Il presidente venezuelano Maduro aveva parlato di un “asse Madrid-Bogotà” di cospirazione contro la rivoluzione bolivariana al fianco di un “asse Bogota-Miami”, guidato dal consigliere politico venezuelano Juan José Rendón. All’alleanza ispano-colombiana contro Caracas ha aderito, secondo Maduro, Felipe González,  definito «un lobbista» che «per una buona paga in euro si è unito alla campagna per il colpo di Stato». González, qualche settimana fa, ha infatti annunciato che farà parte della difesa di Leopoldo López e Antonio Ledezma, i due leader dell’opposizione venezuelana ora detenuti nel carcere militare venezuelano di Ramo Verde. Intenzione confermata lunedì 20 aprile dall’avvocato difensore di López,  Juan Carlos Gutiérrez, il quale ha confermato che l’ex presidente spagnolo intende recarsi in Venezuela presto per unirsi al team di difesa nella fase finale del processo in veste di consulente tecnico. Inoltre, ha aggiunto Gutierrez, González avrebbe in programma altre attività in Venezuela per sostenere il rilascio di López. La risposta di Caracas all’annuncio è stata immediata: martedì l’Assemblea Nazionale ha dichiarato Felipe González “persona non grata” in Venezuela, accusando il leader socialista spagnolo di aver «cercato di interferire negli affari interni del governo bolivariano». Madrid era tra coloro che avevano sperato che la morte di Hugo Chávez avrebbe decretato il fallimento della rivoluzione bolivariana, a prescindere dall’orientamento dei sui governi e in linea con il disprezzo manifesto del monarca spagnolo nei confronti di Chávez. 

Accanto alla stampa e al governo di centrodestra spagnoli, che soffiano sul fuoco dell’instabilità venezuelana, l’ultimo attacco a Caracas arriva dagli ambienti “socialisti” (le virgolette sono d’obbligo) spagnoli. Ben lontano dal Socialismo del XXI secolo, quello del Psoe spagnolo si è infatti incaricato, attraverso l’ex leader Felipe González, di rimettere in riga il governo bolivariano, rendendo peraltro ben chiaro cosa sia diventato il socialismo in Europa e a quali interessi faccia riferimento. Chi è González in Venezuela lo sanno bene: Maduro ha ricordato che nel 2006 venne «cacciato da Chávez da Palacio Miraflores» quando l'ex leader socialista spagnolo proposte al presidente di vendere CANTV – la società di telecomunicazioni leader in Venezuela nazionalizzata proprio nel 2006 - a una compagnia telefonica spagnola che lo stesso González rappresentava. Un episodio che corrisponde al profilo dell’ex leader del Psoe tracciato di recente Marcos Roitman Rosenmann, sociologo e analista politico di origini cilene che insegna alla Università Complutense di Madrid, in un articolo pubblicato su Telesur (che potete trovare qui). Roitman Rosenmann ha ricordato, tra le altre cose, il ruolo di González nella guerra sporca contro ETA e Izquierda abertzale: quando fu a capo del governo tra il 1983 e il 1985 venne infatti dato il via libera alle azioni dei Grupos Antiterroristas de Liberación (GAL), le formazioni paramilitari che fecero 27 morti e centinaia di vittime collaterali. 

Oppure il suo rapporto privilegiato con l’ammiraglio Eduardo Massera, membro della giunta militare in Argentina, e le intense relazioni con Buenos Aires durante la dittatura di Videla: González decorò diversi militari argentini tra cui l’ammiraglio Ruben Franco, poi condannato a 25 anni di carcere per aver partecipato al rapimento e appropriazione dei figli dei desaparecidos. Non ebbe alcuno scrupolo nel farsi mediatore della vendita di armi alle dittature latinoamericane, solo con il Cile di Pinochet, tra mortai, lanciarazzi, mitragliatrici, aerei da addestramento e elicotteri, nel 1983 González garantì profitti per più di 80 milioni di dollari. Un “facilitatore” con radici nel passato, insomma, quando le visite dei ministri di Pinochet in Spagna per consigliare privatizzazioni, la riforma del lavoro e per aprire le porte del Cile a Telefónica, Iberdrola, Endesa, Repsol, Santander, BBVA erano una costante. Oggi, dopo il suo ritiro dalla politica attiva, González usa la sua “esperienza” per fare da consulente e lobbista per multinazionali spagnole, americane ed europee e in favore di imprenditori latinoamericani. 

Fare due più due è facile: il Venezuela di oggi non è permeabile alle intermediazioni di González e agli interessi dei suoi clienti. Abbattere il governo bolivariano e instaurare una nuova leadership che riporti il Paese nell’alveo del liberalcapitalismo aprirebbe grandi spazi al “socialista” González e ai suoi amici. Il socialismo che piace in Europa è quello “democratico”, amico della grande finanza, fautore delle leggi sulla deregolamentazione del mondo del lavoro, delle privatizzazioni. Un socialismo senza socialismo, distante anni luce da quello venezuelano del XXI secolo, troppo vicino alle origini per piacere ai progressisti di casa nostra.

Alessia Lai

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