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Fascismo renziano? Ma per favore…

Eppure viene proposto, il parallelo. Fuori e dentro il Parlamento. Come se la storia non abbia insegnato nulla. Come se la storicizzazione, malgrado i fascismi e gli antifascismi tuttora militanti (sic!) non abbia sul serio nulla di meglio su cui far riflettere.

In merito a Renzi oggi dobbiamo parlare di autoritarismo, certo, ma il fascismo non c’entra proprio nulla. Ed era cosa certamente molto differente. L’unico riferimento che può essere fatto è dunque solo in tema di legge elettorale, con i precedenti del Ventennio prima e della “legge truffa” del 1953 poi, per quanto attiene a derive autoritarie sulla legge elettorale. Le similitudini si fermano qui. 

Comunque, Matteo Renzi ha messo la fiducia sul passaggio alla Camera bassa onde evitare che la discussione abbia proprio inizio e, ancora di più debba, in caso di anche un infinitesimale cambiamento, ritornare al Senato, dove il premier non ha gli stessi numeri di maggioranza.

Sul contenuto di tale legge si sono già espressi in molti, in modo anche nauseante sia per la quantità di chiacchiere che sono state fatte in ogni ordine e grado sia per i contenuti delle stesse. E il tutto, si badi bene, senza che la maggioranza dei cittadini del Paese sia ancora minimamente in grado di capirne tutti i dettagli. Ciò che invece non appare sfuggito ai più è la natura autoritaria dell’impalcatura stessa di questa legge, la quale non fa altro che eliminare ancora ulteriori spazi residuali della sedicente democrazia rappresentativa, già esangue e inefficace, che ci portiamo dietro da decenni. Quello che però sorprende, è che malgrado il re sia nudo, malgrado il fatto si capisca benissimo la sintesi di questa legge (anche senza comprenderne i dettagli) non vi sia alcuna sollevazione, se non le parole blaterate dalla risibile opposizione interna al Pd e da quelle fatalmente aggressive ma parimenti inefficaci delle opposizioni, in grado di scatenare una reazione degna, in intensità, almeno tanto quanto la durezza autoritaria di questa legge. Il popolo, molto semplicemente, se ne infischia e non si esprime. E non c’è verso di farlo reagire. Tornano in mente le parole di Nino Manfredi in un celebre film della trilogia di Magni, quando alle domande di sollevazione risponde: “che faccio, lo sveglio a serciate, il popolo?”.

Chiariamolo subito: non entriamo nei dettagli della legge. Non ce ne è bisogno. Quello che conta si evince anche dall’esterno. Motivazioni e direzioni sono chiare tanto da non doverle neanche ribadire. La deriva autoritaria è visibilissima, e portata avanti proprio da un partito che di democratico, se mai aveva ancora qualcosa, oggi non ha praticamente più nulla. Se ne convincano tutti quelli che lo votano e che sono scesi in piazza solo qualche giorno addietro per cianciare di liberazioni e antifascismi. Che se ne facciano una ragione: non sostengono più il Partito Democratico, ma il Partito Dittatoriale del quisling di turno, al secolo Matteo Renzi.

Non vale neanche la pena andare ad analizzare ancora (visto che lo abbiamo fatto in circostanze precedenti) le false opposizioni interne al Pd, sia perché non contano assolutamente nulla al momento del bisogno, sia perché in modo parimenti autoritario Renzi le ha fatte fuori dalla Commissione (sostituendo i dissidenti impedendogli dunque di partecipare anche solo ai lavori in corso e avvicinandosi, questa volta sì, a modi francamente simili a quelli dei direttorio). La fiducia posta in questa circostanza è quindi solo una (modesta) prova di forza di Renzi, come a dire, “andiamola a vedere, se c’è, questa coalizione contro di me”. Che ovviamente non esiste. E dunque ha gioco facile a fare il duro con i molli. Si tratta pertanto un referendum di Renzi su se stesso, pure se su un tema che riguarda tutti noi. E siccome il resto al momento non vale proprio nulla, è facile supporre che tutto sarà unicamente nelle sue mani. Roba da far rigirare Mussolini dentro la bara. 

Per quanto attiene invece al governo nel suo complesso le cose, anche in questo caso, sono molto semplici da mettere a fuoco. Dietro la fumosità del Def appena approvato e gli errori di interpretazione dei dati relativi alle nuove assunzioni (anche in questo caso sedicenti) in seguito alla entrata in vigore del Jobs Act (si tratta in realtà, nella maggioranza dei casi, di sostituzioni di vecchi contratti con quelli nuovi, e con coperture tutte da trovare per coprire gli sgravi fiscali sui quali le aziende si sono immediatamente tuffate) la realtà delle cose è chiara proprio guardando i numeri. E senza fare calcoli complessi. Basta le semplice aritmetica. Del più zero virgola sette previsto dal governo in merito alla crescita nel 2015, tutto si deve, o meglio si dovrebbe, alle congiunture economiche sulle quali Renzi & soci non hanno alcun merito. Tale crescita dovrebbe derivare automaticamente da tre fattori, tutti allogeni al “sistema Italia”: il Quantitative Easing della BCE, il decremento dei costi dei carburanti e la svalutazione dell’Euro. Su quest’ultimo aspetto, nessuno che abbia gridato allo scandalo: tutti (o quasi) a inveire contro un eventuale ritorno alla Lira pena una svalutazione del 30-40% e nessuno (o quasi) che abbia notato che tale svalutazione è già avvenuta con l’Euro. Con l’aggravante che l’Euro, però, non è una moneta nostra, ma pur sempre la moneta debito degli azionisti privati della BCE. E allora, diamola questa notizia: chiunque abbia dei beni esprimibili in Euro, oggi ha subito una decurtazione del 30-40% del loro valore. E adeamus.

Tornando ai dati, detto della totale impossibilità di collegare le previsioni con l’operato del governo, visto che eventuali miglioramenti deriveranno, nel caso, da fattori esterni, del “fare” di Renzi rimane ben poco. Praticamente rimane solo l’annuncio del tesoretto che non c’è. Come l’isola di Peter Pan. Quel tesoretto dipenderebbe dai calcoli sulla spesa, originariamente prevista per un tot di punti, ora rivista leggermente al ribasso, e dunque con un margine in grado di permetterci uno 0.1 punti in più di fiches da utilizzare, altrimenti amen. E sarà amen comunque, visto che, solo per coprire gli sgravi attualmente concessi alle aziende per effettuare la modifica dei contratti dei propri lavoratori secondo le norme del Jobs Act, si dovranno trovare, da qualche parte, circa 60 miliardi. Oltre a tutti gli altri per proseguire con le norme una tantum tipo quella ingannevole degli ottanta euro in busta paga. Figuriamoci cosa possa contare quel miliardo e mezzo circa annunciato (e come detto tutto da verificare, per giunta).

E allora la sintesi del prossimo breve e medio termine è molto facile, e la aggiorneremo e confermeremo di volta in volta nelle prossime settimane: la legge elettorale, a meno di Seppuku della minoranza interna del Pd, passerà con l’impalcatura immonda con la quale viene (non) discussa in queste ore. Dunque il governo Renzi non dovrebbe cadere in questa circostanza. Il punto di rottura, eventualmente, si avrà nell’arco di due trimestri, insomma dopo l’Estate, perché delle due l’una: o Renzi sarà fortunato agganciando un po’ di ripresa economica generale (che comunque non dipenderà da lui sebbene cercherà di farsene un merito) oppure tutto l’indotto del fasullo che ha proclamato dal suo insediamento a oggi sarà ancora più chiaro a tutti. E difficilmente, tale situazione, lo porterà a mangiare il panettone. Non per sollevazioni popolari, figuriamoci, ma per lotte intestine tutte interne al Parlamento e al suo partito: come a un certo punto si sono scoperti tutti renziani, quando le cose saranno precipitate, al solito, nessuno si farà scrupoli nell’impallinarlo alla prima occasione utile.

Il bambino solo al comando per ora sta comunque giocando inconsapevolmente con degli arnesi da adulti. E difficilmente eviterà di farseli esplodere tra le gambe. 

Perché oggi inoltre ci sono delle aggravanti, rispetto agli anni del Ventennio cui qualcuno torna a fare riferimento. Poiché allora l’appoggio popolare era enorme. Ma soprattutto perché allora Mussolini aveva una idea di Stato. E di popolo. E di nazione: persino “autarchica” sino all’ingenuità, figuriamoci. Allora il Duce faceva gli interessi suoi (certo) ma anche quelli degli italiani (qualunque idea se ne abbia, del Fascismo, e malgrado i suoi esiti). Basta guardarsi intorno, ancora oggi, e vedere cosa di “sociale” e di “pubblico” quel regime, malgrado tutto il resto, ci ha lasciato.

Renzi invece è solo il boiardo a servizio dei poteri sovranazionali. E dello Stato e degli italiani sta facendo macerie.

Ma una cosa è certa, quando la democrazia viene compressa a tal punto come la legge elettorale prossima ventura si accinge a fare, si va dritti verso l’autoritarismo. Semmai dunque è il caso di parlare di dittatura renziana. E le dittature, storicamente, alla fine vengono abbattute. Con le buone o con le cattive.

Per chi invece vorrà ancora credere alle possibilità elettorali, con la nuova legge lo scontro sarà fatalmente a due (almeno a ipotizzare con i dati che abbiamo a disposizione al momento e senza considerare un terzo incomodo che pure è in fase embrionale): un Pd che non è più un Pd, e il MoVimento 5 Stelle, se saprà mantenere o incrementare ancora i consensi. 

A quel punto, dicevamo, far cadere Renzi diventerà praticamente una missione.

Valerio Lo Monaco


PS. Oggi Noi Nel Mezzo non può andare in onda, ma la settimana prossima, mercoledì, commenteremo il tutto, peraltro "a cose fatte", dopo la votazione finale che si dovrebbe avere martedì, quella a scrutinio segreto, peraltro.

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