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Lega & Forza Italia: far finta di essere vergini

Belle parole, pessimi comportamenti. E detta così è una formula fin troppo garbata, che ingentilisce il volgare, ma incisivo, “tutte cazzate”.

Prendete la Lega Salvini-look, per esempio: prima grandi proclami di rinnovamento ideologico e di ritrovata autonomia dall’ingombrante leadership di Berlusconi, adesso l’annuncio dell’accordo con Forza Italia, o con quel che ne resta, per le Regionali del prossimo 31 maggio. Appoggio al candidato altrui in Liguria, lo sbiaditissimo Giovanni Toti, in cambio del sostegno al proprio in Veneto, quel Luca Zaia che sembrava avviato a una tranquilla riconferma ma che ora va puntellato a causa della recente rottura con il sindaco di Verona, l’insubordinato Flavio Tosi. Inoltre, a completare l’intesa, la Lega non presenterà nessun candidato in Campania, per non intralciare l’uscente/traballante Stefano Caldoro, mentre in Umbria convergerà su Claudio Ricci, il sindaco di Assisi che nel 2011 venne eletto da una coalizione “all inclusive” del centrodestra ma che da un paio d’anni, vista la disgregazione di quello schieramento, prova a veleggiare a modo suo nel tentativo di «riaggregare il popolo dei moderati insieme a una destra sociale connessa con i valori della famiglia e della legalità, un modello alla francese che riprende quello con cui Berlusconi vinse nel 2001».

Di nuovo? Di nuovo la favoletta delle élite berlusconiane, affamate di privilegi e leggi ad personam, che si affratellano ai ceti popolari, bisognosi di miraggi economici e di rassicurazione sociale? L’inganno dovrebbe essere ormai arcinoto, e quindi inutilizzabile. Invece è collaudatissimo – fatta salva la necessità di rimescolare un po’ le carte ed eventualmente di spingersi a cambiare il mazzo, o se non altro la sua grafica – per cui ci si riprova a oltranza. Del resto, mutatis mutandis, è lo stesso tipo di marketing utilizzato dal centrosinistra, con la suadente versione pseudo meritocratica della competizione globale che premierà i migliori (senza tuttavia dimenticare i “più deboli”…) e con le smanie politically correct dei progressisti a sostituire le ansie Law & Order dei reazionari.

Cambia il campionario, nemmeno troppo, ma non i metodi di vendita. Ossia di manipolazione. La tattica giustifica tutto e spinge a ogni sorta di alleanze. La strategia sopravvive sì e no nelle dichiarazioni di principio. Che, per di più, sono spesso surrogate da suggestioni viscerali tanto enfatiche quanto illusorie: i babbei del centrodestra si scaldano al fuoco dell’anticomunismo, quelli del centrosinistra si inebriano per la caduta di Berlusconi. Convinti di pensare, stanno limitandosi a tifare. Tangentopoli, come Calciopoli, riguarda sempre e soltanto gli altri. Oppure riguarda tutti, e quindi nessuno. I “nostri” hanno ragione in quanto nostri. Qualsiasi cosa dicano e in qualsiasi contraddizione vadano a incappare. L’intonazione avvolge il contenuto e lo fa sembrare un dettaglio. Le requisitorie del presente ribaltano le arringhe del passato, anche se le questioni sono identiche.

Prendi il succitato Giovanni Toti. Sandro Bondi e Manuela Repetti, compagni nella vita ed entrambi senatori eletti nelle liste del PdL, hanno deciso di lasciare Forza Italia e di traslocare nel gruppo misto di Palazzo Madama. Lui insorge: «cambiare casacca già di per sé non è onorevole, [ma] se uno lo fa dovrebbe dimettersi anche da rappresentante parlamentare della gente che lo ha votato». Ah, ecco. Il paladino che si erge a difesa del mandato imperativo, obbligo che ha le sue buone ragioni ma che qui in Italia non è previsto, è proprio il coordinatore del partito di Silvio Berlusconi, che come tutti sanno non ha mai esitato ad accogliere benevolmente chiunque abbia voluto “cambiare casacca”, e magari sulla base di qualche solido incentivo. La tesi è tutt’altro che infondata (vedi, più che mai, i transfughi del M5S) ma per sostenerla bisogna essere legittimati a farlo. Individuando nel vincolo di mandato un principio universale, anziché il pretesto per delle accuse di circostanza.

Toti può vederla come vuole, a titolo personale, ma quando parla a nome dell’azienda alla quale appartiene è tenuto a farsi carico di ciò che hanno combinato in precedenza il padrone della ditta e i suoi svariati, servizievoli manager. Avere del malanimo per gli ex partner è consentito. Fingere di essere vergini, proprio no.

Federico Zamboni

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