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Un Def... da campagna elettorale

Non ci saranno tagli di spesa e non ci sarà un aumento di tasse. Il bilancio dello Stato è sotto controllo e il futuro è roseo. Queste le assicurazioni fornite da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan sul Documento di economia e finanza che verrà reso noto venerdì prossimo. Un Def che, per forza di cose, dovrà tenere conto della imminente scadenza delle elezioni amministrative e della collegata necessità di non togliere troppe risorse finanziarie alle clientele locali, dalle quali il PD trae buona parte dei propri consensi. 

I comuni sono infatti inviperiti per i tagli già subiti in nome della spending review, e per quelli in cantiere, anche se il capo del governo ha insistito nel sostenere che parlare di tagli è improprio. Ma anche se Renzi volesse definirli come “riqualificazione” e “razionalizzazione” della spesa, la sostanza cambierebbe poco. Un Def che poi, ovviamente, dovrà recepire le indicazioni che vengono dalla Commissione europea che, oltre a rimarcare in ogni occasione il livello del nostro debito pubblico, il secondo in Europa dopo quello greco, insiste nel richiedere misure sempre più incisive per favorire la crescita economica che, se nel resto dell'Unione europea è ancora troppo bassa, in Italia non è che un pallido ricordo. In seguito alle misure già varate dal governo, hanno garantito Renzi e Padoan, il debito calerà quest'anno al 132,5% rispetto al Prodotto Interno Lordo e nel 2016 al 130,9%. Poi a seguire sarà un percorso trionfale fino al 123,4% raggiunto nel 2018. Il disavanzo a sua volta scenderà al 2,6% a fine dicembre, all'1,8% nel 2016 per poi essere azzerato nel 2018. 

Al di là di previsioni che lasciano il tempo che trovano, Renzi vuol dare l'idea che l'Italia è tornata “virtuosa” e che ha tutte le potenzialità per restarlo davvero. La spending review, liberando risorse da destinare alla crescita, farà sentire tutti i suoi effetti positivi. E un contributo non indifferente alla riduzione del debito lo forniranno le privatizzazioni di aziende pubbliche come Enav, Poste e STMicroelectronics che daranno ai mercati finanziari la garanzia che l'Italia intende continuare nello smantellamento della propria industria pubblica. 

In realtà a Palazzo Chigi vi sono più speranze che certezze. Né del resto potrebbe essere diversamente. La speranza è che, grazie alla attuale bonaccia finanziaria, si pagheranno interessi minori sul debito pubblico. Renzi si è detto certo che gli acquisti di titoli pubblici a lungo termine da parte della Banca Centrale Europea, attualmente in portafoglio alle banche, terranno basso il livello dei tassi di interesse e offriranno ai singoli Paesi, l'Italia in primo luogo, maggiori spazi di manovra per risistemare i conti pubblici. Più semplicemente, la speranza dell'Italia che lavora e produce è che le suddette banche la smettano con la stretta creditizia e tornino a prestare soldi alle piccole e medie imprese nazionali che rappresentano la spina dorsale del nostro sistema industriale e che, di conseguenza, la crescita economica diventi una realtà concreta. Il Def si mostra in tale ottica molto ottimista anche se Padoan ha messo le mani avanti per sottolineare di essere stato semmai molto prudente. Quest'anno dovremmo avere (il condizionale è d'obbligo) un aumento dello 0,7% del Pil, seguito da un più 1,4% e un 1,5% nei prossimi due anni. 

Ma i dati ufficiali dei primi due mesi dell'anno, forniti peraltro dallo stesso Tesoro, offrono uno scenario sconfortante. Se infatti le imposte dirette sono aumentate dell'1,9%, quelle indirette sono assolutamente negative. Il gettito dell’Iva è infatti calato del 5,6% e questo significa che il fatturato delle imprese continua la sua tendenza al ribasso, sia per il calo della domanda interna (i cittadini hanno sempre meno soldi a disposizione) che per il calo degli ordinativi proveniente dall'estero. Se le cose stanno così, si deve trarre la conclusione che nemmeno il Jobs Act, la riforma “strutturale” per eccellenza, che di fatto ha liberalizzato i licenziamenti, produrrà effetti positivi sull'occupazione. Se il mercato non tira, poche imprese infatti saranno invogliate ad assumere. 

Resta così la sostanza del Def che prevede di continuare nella politica di austerità avviata dagli ultimi governi e che non potrà che scontrarsi con gli interessi locali. I tagli di spesa negati da Renzi per il 2015 sono stati l'occasione per la minoranza interna (un tempo maggioranza) del PD per contestare Renzi, con Stefano Fassina che ha parlato di manovra "recessiva e iniqua" perché inciderà sulla sanità e sull'assistenza e colpirà le fasce economicamente più deboli. Nonostante le proteste, Renzi sa però di poter avanti. La minoranza interna del PD appare come la classica pulce che tossisce mentre il centrodestra semplicemente non esiste. Infatti il governo di sinistra sta attuando di fatto il programma di destra che per anni Berlusconi aveva predicato. Quella “rivoluzione liberale” che aveva rappresentato il leit motiv della sua discesa in campo nell'ormai lontano 1994.

Filippo Ghira

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