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Italicum, siamo quasi fritti

Non chiamateli tecnicismi, gli scontri di principio e di merito intorno all’Italicum e al suo cammino parlamentare. E non accodatevi alla vulgata per cui alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene frega un accidente delle modalità con cui si vota. 

Sono due enormi mistificazioni, che servono entrambe a spianare la strada alla riforma voluta da Renzi e modellata su misura, guarda caso, sulle potenzialità elettorali del Pd. Le potenzialità odierne, in particolare. Quelle che lo rendono il candidato più probabile, per non dire certo, alla vittoria finale e alla conquista del fatidico premio di maggioranza, attraverso il quale ci si assicura in un sol colpo la presidenza del Consiglio e il predominio sulla Camera dei deputati, ossia sull’unico ramo pienamente legislativo che rimarrà operativo dopo la trasformazione/soppressione del Senato.

Ammesso pure che a moltissime persone non interessi nulla della legge elettorale, ciò non significa affatto che il problema non li riguardi. Quel loro disinteresse è comprensibile per un verso, essendo uno dei tantissimi esiti del senso di estraneità e di schifo nei confronti dei partiti e delle loro miserabili pratiche di spartizione del potere, ma rimane un grave errore. Il semplice disgusto si traduce nel farsi da parte in modo passivo e viene facilmente spacciato per un avallo. Viceversa, bisognerebbe che il rifiuto fosse sempre consapevole e argomentato, in maniera tale da potersi manifestare ad amplissimo raggio – specie nell’era dei social network – e in termini inequivocabili: occhio, politicanti, non vi stiamo lasciando fare perché abbiamo fiducia in voi, ma al contrario vi stiamo ignorando, momentaneamente, in attesa di nuove forme di aggregazione.

Dell’Italicum, quindi, bisogna occuparsi eccome. Sia del suo contenuto, che con la solita scusa della stabilità tende a ridurre ulteriormente la rappresentanza democratica, sia del suo percorso verso l’approvazione, già costellato di forzature (vedi il terrificante emendamento “super canguro” del gennaio scorso) e culminato dapprima nella rimozione di dieci esponenti della minoranza PD dalla Commissione Affari costituzionali di Montecitorio e, infine, nel porre la questione di fiducia sul voto del disegno di legge.

Un aut-aut, quest’ultimo, che è già odioso e abusato di per sé, ma che stavolta sconfina nell’assurdità: per definizione, infatti, la legge elettorale non rientra fra gli atti di governo, attenendo invece alla sfera delle regole istituzionali, e perciò non se ne deve ipotecare il successo ancorandolo ai destini dell’esecutivo. Rispetto a una normativa di questa natura Palazzo Chigi dovrebbe mantenere una posizione di assoluta terzietà, e a rendere possibile l’obbrobrio in corso è solo la deriva autoritaria (autoritaria e non “fascista”, come ha ben spiegato l'altro ieri Valerio Lo Monaco su queste stesse pagine) che va avanti dal novembre 2011, con la nomina di Mario Monti da parte di Napolitano, e che si è poi acuita con l’avvento di Renzi.

La prospettiva è evidente, ed è quella di un presidenzialismo di fatto: nel senso che il premier del futuro si troverà a controllare allo stesso tempo sia il governo, ossia la funzione esecutiva, sia la Camera, ovvero la funzione legislativa, e addirittura ad avere cospicue probabilità di scegliere unilateralmente il presidente della Repubblica. Manco a dirlo, c’è chi si appella agli aspetti formali e fa di tutto per smentire questa chiave di lettura, vedi Roberto D’Alimonte che sul Sole 24 Ore l’ha recentemente liquidata tout court come «una sciocchezza».

Tuttavia, i fatti contano più della teoria e i fatti parlano chiaro già adesso. Renzi ha egemonizzato il PD e, tramite il PD, ha egemonizzato il Parlamento. La “fiducia” che chiede la chiede a mano armata, da imprenditore-manager che minaccia dei licenziamenti di massa.

Un’analogia per nulla casuale col suo estimatore Marchionne.

Federico Zamboni

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