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Prodi sulla Grecia: dal pulpito corrotto la predica ridicola

Romano Prodi non ha rinunciato all'idea di sentirsi e presentarsi come uno dei padri nobili dell'Europa e come tale non esita a fare la morale al prossimo. Peccato che sulla questione del legame della Grecia con l'euro abbia dimostrato di avere la memoria corta. 

Io, ha ricordato il Professore (alla guida della Commissione europea dal 1999 al 2004), non volevo Atene nel sistema dell'euro perché i suoi conti pubblici non stavano a posto come imponevano le regole del Patto di stabilità e crescita. Il disavanzo era oltre il 3% del Prodotto interno lordo. Per non parlare, ci sarebbe da aggiungere, del debito pubblico che continuava a salire inesorabilmente visto che sia i conservatori che i socialisti continuavano con la politica della spesa facile per finanziare le rispettive clientele elettorali. Io, ha insistito, da capo della Commissione mi sono opposto anche perché i governi greci avevano truccato i conti per presentare una situazione molto migliore di quanto non fosse in realtà. Ma non ci fu niente da fare perché Germania, Francia e Italia (al governo c'era ancora il centrosinistra) che avevano permesso di taroccare i conti pubblici si impuntarono, lo obbligarono al silenzio (“mi hanno fatto tacere”) e la Grecia dal 1 gennaio 2001 entrò trionfalmente nel sistema dell'euro. Evidentemente, ma su questo aspetto Prodi ha sorvolato, le economie di Germania, Francia e Italia, che vantavano e vantano tutt'ora molti interessi in Grecia, avevano tutto da guadagnare dal metterla al traino della moneta unica. 

La tirata di Prodi, corretta nella forma, anche se arriva con 15 anni di ritardo, è assolutamente fuori luogo nella sostanza. Il Professore è stato infatti uno dei più apprezzati, e presumibilmente più retribuiti, visto il suo passato, tra i consulenti della Goldman Sachs, la nota banca d'affari (e di speculazioni) americana-inglese che tanto peso ha avuto nelle vicende economiche della Seconda Repubblica. Ed è stata appunto la Goldman Sachs, tramite suoi funzionari, ad aiutare i governi greci a truccare i conti pubblici. Quindi, di cosa sta parlando Prodi? Una Goldman Sachs che, non facendo distinzioni politiche, il suo unico metro di giudizio è infatti il profitto, ha avuto tra i suoi consulenti italiani anche Mario Monti (consulente pure di Moody's), Gianni Letta (zio di cotanto nipote) e Tommaso Padoa Schioppa (quello che utilizzò il termine “bamboccioni” per definire la maggioranza dei giovani italiani). Mentre Mario Draghi, prima di essere nominato governatore della Banca d'Italia, ne era stato per tre anni vice-presidente per l'Europa. 

Una bella sfilata di personaggi in chiave bipartisan, tanto per usare un termine anglofono, che spiega più di tante parole come la politica sia diventata una sovrastruttura, in senso marxiano, dell'economia o meglio della finanza. La Goldman Sachs ha svolto inoltre un ruolo non da poco nelle privatizzazione di imprese pubbliche di peso (Telecom ed Eni su tutte). Ed è una delle banche che partecipa con ruolo da protagonista alle aste dei titoli pubblici italiani per poi collocarli sui mercati internazionali. Ed è ancora una delle banche che ha speculato puntando al ribasso della quotazione dei nostri Btp decennali, spingendo così al rialzo i rendimenti e lo spread con i Bund tedeschi. Ed è ancora una delle banche più multate negli Stati Uniti dalla Sec, l'agenzia che vigila sulla Borsa, a causa delle proprie speculazioni. 

Ricordiamo tutto questo in relazione a Prodi per sottolineare come certi personaggi, una volta entrati in certi ambienti, finiscano per assumerne la filosofia operativa, senza battere ciglio, e siano prontissimi a scordarne le responsabilità gravissime verso l'Italia. Sono proprio questo tipo di legami tra politici di peso e interessi bancari che non lasciano molte speranze sul futuro dell'Unione europea in generale e dell'Italia in particolare. L'impostazione finanziaria ha preso inesorabilmente il sopravvento su quella dell'economia reale. Ed è incredibile che a guidare la Bce sia stato chiamato uno come Draghi che è espressione di un mondo, quello inglese, che da sempre è ostile nei fatti all'Unione Europea (pur facendone parte) e che si tiene arroccato alla sterlina. 

Appare quindi patetico che Prodi, nel prosieguo del suo intervento ad un convegno, abbia aggiunto che i padri fondatori dell'Europa (tipo De Gasperi) pensassero più ad un'Unione politica che ad una economica. Sicuramente De Gasperi non vedrebbe in Prodi e Draghi i suoi eredi spirituali.

Filippo Ghira

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