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La Consob non vede e non sente

La Consob teme che, a causa della eccessiva liquidità (“enorme” è stato l'aggettivo usato) in circolazione nel sistema finanziario europeo ed internazionale, si creino bolle speculative, capaci di gonfiare i listini di Borsa ma senza che vi siano effetti positivi per l'economia reale che, di fatto, è ferma.

Un pericolo concreto, ha avvertito il presidente dell'organismo di controllo sulla Borsa. Un allarme, quello lanciato da Giuseppe Vegas, che appare alla stregua della classica scoperta dell'acqua calda.

Così, nella tradizionale relazione annuale, svolta presso l'Expo di Milano, Vegas ha ricordato che dal 2011 ad oggi il credito erogato dalle banche italiane alle imprese si è contratto del 10% mentre il Prodotto interno lordo è calato del 4,8%. Traduzione per i profani: le banche non utilizzano i tantissimi soldi di cui dispongono per finanziare l'economia reale ma preferiscono puntare al rialzo di determinati “titoli guida”, quelli che trainano i listini per poi rivenderli velocemente, sui mercati o ai propri clienti poco accorti, e guadagnarci sopra.

Dal gennaio del 2014, ha dettagliato Vegas, la Borsa italiana è cresciuta del 22,6%. Siamo stati capaci di battere sia la Germania (+19,4%) e la Francia (+19,1%). Niente di cui gloriarsi comunque. I listini di Borsa sono ancora inferiori del 40% a quelli del 2007 quando esplose la crisi di Wall Street a causa delle speculazioni operate dalle banche Usa (tipo Lehman Brothers e Goldman Sachs) sui mutui subprime. Una crisi, che con un effetto domino, fece presto a trasferirsi sui mercati finanziari europei e a tracimare nell'economia reale globale. Una crisi che in Europa ebbe una successiva impennata quando esplose la crisi del debito pubblico dei Paesi dell'area Sud dell'Eurozona.

Vegas ha posto l'attenzione in particolare sulla crescita del rapporto tra prezzo di mercato delle azioni e gli utili. Un rapporto troppo alto e che “potrebbe”, il condizionale è un eufemismo, rappresentare un segnale di rischio per la formazione di questa bolla speculativa. Insomma, il rialzo dei listini è drogato perché le imprese italiane stanno tutt'altro che bene e i loro utili di esercizio sono inadeguati. La stretta creditizia è una realtà che impedisce alle imprese di investire sull'innovazione tecnologica e di prodotto. Ma Vegas, fedele alla linea scelta, ha cercato di giustificarla con una inadeguata comunicazione. Se non si sa esattamente il livello di rischio di ogni singola impresa, nessuno, a suo avviso, e il “nessuno” sono le banche, ci mette i soldi. Invece, ha ricordato, ma lo sapevamo benissimo, la ricchezza del nostro Paese sono queste imprese. Quelle, diciamo noi, che rappresentano la spina dorsale del nostro sistema produttivo.

Un sistema produttivo che è stato messo in ginocchio non soltanto dalla crisi economica ma anche dalla mancanza di credito che, al contrario, è affluito nelle casse di grandi aziende come la Fiat che da anni ha avviato la smobilitazione dall'Italia. Ignorando tale realtà, Vegas ha insistito nel suo ragionamento sostenendo che è necessario che “qualcuno si fidi”. Ci vuole un “certificatore” ufficiale a livello europeo per la valutazione delle Piccole e medie imprese. Ci vuole un'altra struttura centralistica e autoreferenziale che servirebbe a ben poco se non ai soliti burocrati super stipendiati.

Pare di sognare a sentire simili amenità che fanno a pugni con la realtà e il buon senso. Le banche, infatti, hanno sempre disposto di una propria centrale rischi per valutare l'affidabilità di una impresa. E poi, teniamo conto che molte grandi imprese italiane, in applicazione del modello tedesco, sono anche azioniste di banche che danno loro il credito e viceversa. Un sistema “misto” che altera il mercato, quello vero, e crea condizioni di evidente disparità tra le piccole e medie imprese prive di santi in paradiso e le altre.

Una realtà che il buon Vegas si è però ben guardato dall'esplicitare.

Filippo Ghira

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