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Sinti e rom in piazza, per auto santificarsi

Il raduno è per domani, a Bologna. Una manifestazione pubblica con tanto di corteo, allo scopo di protestare contro chi vede gli “zingari” come il fumo negli occhi e chiede a gran voce politiche meno accomodanti nei loro confronti. Un’avversione che secondo la classica vulgata del politicamente corretto sconfinerebbe automaticamente nel razzismo e che ha addirittura spinto Davide Casadio, presidente di un’associazione che intende rappresentare e difendere le due etnie gitane, a paventare i più foschi sviluppi: «Non escludo assolutamente un nuovo olocausto per rom e sinti, se in Europa dovessero andare al potere persone di estrema destra come Salvini».

Grottesco. E viene voglia di finirla già qui, perché l’iperbole è talmente smaccata, e grossolana, da togliere qualsiasi credibilità a tutto il resto. Né può bastare, a cancellare il giudizio negativo, la precisazione (peraltro arrivata a seguito di specifica domanda) che «non si tratta ovviamente di un Olocausto di massa, però moralmente e culturalmente è come se lo fosse, perché la legge non tiene conto di noi, non abbiamo diritti e non veniamo considerati come cittadini italiani».

L’esagerazione rimane, e diventa mistificazione. Non si tratta solo di una semplice sbandata dialettica, ma di qualcosa di molto peggio. Si tratta del segnale rivelatore di un atteggiamento capzioso che, indossando i panni delle vittime sacrificali, mira a ribaltare completamente i termini della questione. Al posto di un sano realismo, che comincia dal riconoscere che non proprio tutte le accuse sono infondate, un vittimismo esorbitante, che equivale a un’auto assoluzione indiscriminata e infinita. Da estendersi, perciò, a qualunque condotta del passato, del presente e del futuro.

Salvini fa demagogia sui “nomadi”? Indubbiamente. Da un lato perché semplifica oltremisura il problema, lanciando slogan brutali come l’ormai notissimo «radere al suolo i campi Rom», e dall’altro perché soffia sul fuoco dell’emotività, facendo leva sull’esasperazione di molti cittadini. Che ne hanno le scatole piene, in quest’ambito come in innumerevoli altri, di essere abbandonati a sé stessi e di dover subire, rimanendo inerti, le conseguenze di ciò che le autorità fanno – o non fanno.

Eppure, demagogia a parte (che d’altronde non è certo una sua esclusiva), in quelle levate di scudi ci sono anche delle buone ragioni. A cominciare dal fatto che alzando la voce si richiama con forza l’attenzione sulla necessità di uscire dal limbo degli interventi occasionali, in cui si mischiano l’ordinaria inefficienza dei governanti e la smisurata indulgenza degli adoratori, variamente sparsi nei media e altrove, delle povere minoranze oppresse.

 

Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dall’aver compreso che non ce la stanno raccontando giusta. Non ci troviamo affatto di fronte a una contrapposizione tra estremismo fascistoide e ragionevolezza democratica, ma al coesistere di due forme, a loro modo speculari, di pregiudizio. Uno eccessivamente ostile, l’altro esageratamente benevolo.

Se è vero che spesso la repulsione per i nomadi è rozza e poco documentata, lo è altrettanto che la solidarietà dei simpatizzanti a oltranza poggia su degli pseudo approfondimenti, che pur pescando a piene mani nelle vicende storiche ne danno una lettura a senso unico. Ci si aggrappa a una constatazione lapidaria, quella delle ripetute persecuzioni che si sono succedute nei secoli e che sono culminate nelle deportazioni naziste, per poi dedurne di slancio che esse fossero sempre e comunque immotivate. Non solo in quanto sfociavano in violenze concrete, ma anche in linea di principio: come se non ci fosse e non ci potesse essere nulla di oggettivo nello stigmatizzare determinati comportamenti e nel rilevare che essi, a prescindere da eventuali sanzioni successive, erano in antitesi con i valori e le regole delle comunità con cui i nomadi venivano a contatto durante le loro interminabili peregrinazioni.

Dalle vessazioni subite, secondo questa visione unilaterale, sorgerebbe una sorta di salvacondotto. Un diritto risarcitorio dai confini indeterminati, e dunque pressoché illimitati, che impone di avere nei loro riguardi delle speciali cautele. Quasi che si dovesse rinunciare a priori a esigere il rispetto delle leggi vigenti – che in quanto tali vincolano tutti gli altri cittadini, e a maggior ragione gli stranieri – e si fosse invece obbligati a compiere ogni sforzo nel tentativo di convincerli a sottostarvi volontariamente. Sempre che non lo trovino troppo gravoso e troppo in contrasto con le abitudini (ah, quanto libere e suggestive!) del loro stile di vita.

Vedi appunto quest’altra, esemplare, dichiarazione del succitato Casadio: «Circa i pregiudizi come i furti, mi chiedo, se viene negato il ferro vecchio, se viene negato il minimo per mantenere una famiglia, cosa si può fare? Ma se la situazione si rovesciasse e chi alimenta questi pregiudizi diventasse la minoranza, senza politiche sociali, del lavoro, del diritto? Cosa potrebbe fare? Negarsi, entrando a far parte della maggioranza, ma al prezzo dell'abbandono della propria cultura d'origine». 

Non sia mai. Non sia mai.

Federico Zamboni

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