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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Attento, Mattarella: potremmo leggere davvero

Discorsetto di circostanza, come si dice. Giovedì scorso Mattarella si è recato in visita a Torino e durante l’inaugurazione del Salone del libro ha srotolato il classico fervorino ad altissimo tasso di banalità. Vedi questo piccolo estratto: «Cambiano le tecnologie, le piattaforme e i contenuti, ma ciò a cui non possiamo rinunciare è la ricchezza dei testi e della lettura: leggere non è solo una ricchezza privata, ma un bene comune, ossigeno per le coscienze. La lettura è una porta sul mondo, leggere ha a che fare con la libertà e con la speranza».

Generalizzazioni da quattro soldi, evidentemente. Roba che se arrivasse da uno studente di quinta liceo meriterebbe sì e no una sufficienza striminzita, con un giudizio del tipo “l’esposizione è corretta, ma il contenuto è superficiale” e con l’invito a impegnarsi almeno un po’ di più, in futuro. Provando a riflettere, per prima cosa, sul fatto che non tutte le letture sono equivalenti, così come non lo sono i concetti di libertà e di speranza.

Le affermazioni del presidente della Repubblica, quindi, non sono soltanto delle ovvietà (Salone che vai, chiacchiere che sciorini, e lodi che dispensi) ma dei messaggi fuorvianti e avvelenati. Che poggiano sul più falso degli assiomi, lungo una linea che congiunge il vecchio progressismo ottocentesco all’odierno “pensiero unico” di matrice liberale, e di finalità liberista: c’è una sola prospettiva di crescita, individuale e collettiva, ed è nel segno dei valori tipici delle pseudo democrazie occidentali, tanto aggressive e inderogabili e fratricide sul piano economico quanto fervorose nel promettere riconoscimenti e tutele a ogni sorta di “diritti civili”. Nel presupposto, si intende, che essi attengano alla sfera personale e non interferiscano in alcun modo con le dinamiche produttive, e speculative, del sistema dominante. Ossia, si capisce, con gli interessi di chi ne tira i fili.

La confusione, per nulla casuale, risiede dunque nel dare per scontato che la cultura porti fatalmente ad accettare sempre di più i modelli oggi in auge, fino a una totale condivisione/identificazione. La lettura come palestra di ragionevolezza, ovvero di omologazione. La fantasia che si scinde definitivamente dall’esistenza reale e ne diviene il contrappeso astratto, l’antidoto momentaneo e narcotizzante, la via di fuga occasionale e transitoria. Leggi “Il Signore degli Anelli” e ti immedesimi all’istante nei migliori: l’eroico e pur umile Frodo, il nobile e affascinante Aragorn, il saggio e temibilissimo Gandalf. L’Anello del Potere? Mai e poi mai! Nessuna tentazione dovrà allontanarci dal Bene. E ha proprio ragione il vecchio e fedele Sam: «C’è qualcosa di buono in questo mondo, e per cui vale la pena di lottare».

Infatti: il giorno dopo riprendi a vivere come al solito e a darti da fare per poterti permettere uno sfizietto aggiuntivo. Senza sognarti di chiederti con chi si sarebbero schierati il Marchionne, o il Renzi, o l’Alfano, di turno: con lo spietato stregone Saruman, il “ceo” della maxi holding di Mordor, o con l’elfico e schivo Elrond, erede fin troppo defilato di una dinastia un tempo gloriosa ma ormai declinante?

Mattarella ha parlato del leggere come di «ossigeno per le coscienze». Adagiato sugli allori del suo ruolo di rappresentanza, e sull’apparente trionfo dell’Occidente globalizzante, dev’essersi dimenticato quanto sia vero, a patto di leggere sul serio e fuori dai recinti della cultura ridotta a puro svago o ad orpello da esibire. Quanto sia vero e pericoloso, nella sua verità che può accendere un’autentica consapevolezza, per lui e per quelli come lui.

Prendete “Il tempo degli assassini”, il breve ma acuminato saggio che Henry Miller dedicò a Rimbaud: «Il desiderio del poeta era di veder scomparire le vecchie forme, nella vita non meno che nella letteratura. Ciò che i governi desiderano è conservare lo status quo, costi quel che costi di massacri e distruzioni. Taluni biografi, nel descriverne la condotta in gioventù, stabiliscono che era un pessimo ragazzo; faceva un sacco di malanni, nevvero? Ma quando si trovano a valutare le attività dei loro cari governi, specie per quanto riguarda i loschi intrighi contro cui si scagliava Rimbaud, diventano tutti lattemiele».

Le piacerebbe che si leggesse molto anche un libro così, Signor Presidente?

Federico Zamboni

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