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Pensioni: condannata la mini-troika de noantri. (E altro che “bonus”)

Attorno alla questione dei rimborsi per i pensionati indebitamente decurtati dalla legge Fornero si stanno facendo, come al solito, un mucchio di chiacchiere inutili. O quantomeno utili unicamente a una cosa: alzare tanto di quel fumo da far perdere di vista i termini della questione, ovvero la realtà di fatti.

Al momento in cui scriviamo le cose sono ancora in alto mare, relativamente alle proposte del governo Renzi per risolvere la restituzione del maltolto. E per alto mare intendiamo quasi alla lettera una situazione in cui i milioni di pensionati che devono essere risarciti è come se si trovassero su un barcone alla deriva in attesa di un segnale dalla capitaneria.

Il governo sta dibattendo, a quanto si evince dalle cronache, nell’individuare chi debba ricevere indietro il maltolto e chi no, chi subito e chi in seguito, chi in unica soluzione chi mediante una rateizzazione. Proprio nelle ultime ore trapela una soluzione tampone, una tantum, di 500 euro ad agosto. Chiamata bonus (ci torneremo). E non per tutti gli aventi diritto, per giunta.

Parimenti, nei talk shows e sui giornali, a più non posso, ci sono esponenti governativi e dell’opposizione, opportunamente aiutati dai conduttori, dagli intervistatori e dagli editorialisti, che si impegnano ad entrare nei tecnicismi e nelle possibilità di risoluzione di una questione che è in realtà estremamente semplice da far capire. E che, in modo parimenti semplice, suggerisce automaticamente una risposta inappellabile: i pensionati - tutti - devono ricevere indietro, e per l’intero importo, ciò che gli è stato indebitamente sottratto.

Non è possibile equivocare od opinare una decisione della Corte Costituzionale. Non è possibile ipotizzare qualcosa di diverso da ciò che è una realtà incontrovertibile: ciò che è stato indebitamente sottratto deve essere restituito in toto. E, se la logica ha ancora un senso, con l’aggravio di interessi per ritardato pagamento. Magari di percentuali analoghe a quelle che Equitalia applica a ogni disgraziato che si è trovato a dover restituire delle somme di denaro non versate (ma quest’ultima è una suggestiva speranza personale).

Ora, il resto, tutto il resto, equivale non solo a perdere tempo (perché nel caso, arriverebbero fatalmente altre condanne nei confronti dello Stato chiamato a rispondere della mancata applicazione della sentenza mediante dei sacrosanti ricorsi), ma equivale anche a portare avanti delle soluzioni che andrebbero a stravolgere un principio che non deve essere messo in discussione. Le sentenze si rispettano, no? E allora: che si rispettino, e sino in fondo. A iniziare dallo Stato. Altrimenti sarebbe automaticamente lecito, a quel punto, che anche ogni singolo cittadino iniziasse a non rispettarle.

Beninteso, certo che il governo è in difficoltà perché le casse sono vuote, malgrado le illusioni generate a pioggia, sui sudditi italiani e presso l’Unione Europea, per mostrare che non lo sono. Certo che applicare alla lettera la sentenza, e dunque restituire tutto ai pensionati, significherebbe far precipitare ancora di più il deficit di uno Stato già in agonia. Ma è altrettanto certo che non è evitando di rispettare una sentenza che si possa continuare a mascherare la realtà.

Ed è risibile che qui o là vengano addotte, a supporto della proposta attuale e per sollecitare una acquiescenza morale dei cittadini, giustificazioni di cassa sul tipo “se ridiamo indietro tutto ai pensionati poi dobbiamo tagliare ai comuni, agli asili nido, alla manutenzione delle strade…”. Non scherziamo. Allo stesso modo si potrebbe affermare: “se ridiamo indietro tutto ai pensionati poi dobbiamo tagliare al finanziamento pubblico ai partiti, all’editoria di partito, agli armamenti…”. Ci sarebbe, nel caso, qualcuno ad impietosirsi?

E allora: si può sottilizzare quanto si vuole, così come si sta facendo praticamente ovunque, sulla opportunità o meno di tartassare un po’ i pensionati a favore delle nuove generazioni. L’argomento è oggetto della politica, naturalmente (e non di questo articolo) ma relativamente al tema di questi giorni, non si deve scambiare un oggetto meramente parlamentare di gestione della cosa pubblica con una sentenza di questo calibro. Perché, sia chiaro, il calibro di questa sentenza è enorme.

E allora occorre ristabilire un principio di realtà. Intanto già chiamarlo “bonus”, il rimborso, è un artificio lessicale che andrebbe rigettato in tutto e per tutto. Altro che bonus, cioè concessione: qui si tratta di un diritto. E altro che motivo generazionale: far virare il dibattito sulle opportunità che verrebbero tolte ai giovani se si dovessero applicare le leggi e i diritti agli anziani è un ulteriore spostamento di percezione. Ancora meglio: è un occultamento di reato. Perché ciò che non si deve perdere di vista è il fatto che se siamo in questa situazione economica disastrosa, non è per l’operato degli anziani che ora devono accettare una decurtazione dei loro diritti a favore dei giovani. Il grosso del problema deriva dalla finanza e dai suoi derivati. Speculazioni sui titoli di Stato (a iniziare dal 1983, cioè dalla loro messa in vendita sui mercati) da parte di mega Banche e fondi sovrani e dalla mannaia caduta su tutti noi dall’ingresso nell’Euro. Altro che scontro generazionale.

E poi occorre anche parlare di cifre e capirle bene: secondo le ultime decisioni del governo Renzi, verrebbero restituiti 2.18 miliardi rispetto ai 18 rastrellati a suo tempo e oggetto di condanna da parte della Corte. Se così fosse sul serio, ciò significherebbe una cosa sola: lo Stato ha rubato ai pensionati 16 miliardi. Cioè, su 9 euro che deve a ognuno ne ridà indietro solo 1. Un furto, appunto. Punto.

E infine, in modo netto: questa della Corte Costituzionale è una sentenza che condanna lo Stato per aver derubato illegittimamente alcuni cittadini. Ed è una sentenza che condanna senza appello, in conseguenza, gli artefici di tale operazione. Se di furto si tratta, allora i ladri hanno nomi e cognomi, e rispondono a quelli di Elsa Fornero e di Mario Monti, unitamente a quello di Giorgio Napolitano. La banda bassotti di allora, osannata da almeno metà del Paese, mentre si presentava come il trio in grado di salvare l’Italia (“fate presto”) e convinceva milioni di italiani, rappresentava invece la nostra personalissima mini-troika de noantri.

Eccoli, gli imputati. I super tecnici, i super salvatori, i super istituzionali, i super partes della politica ora alla sbarra e condannati senza appello per averci derubato. E dovremmo oggi accettare una qualsiasi cosa differente dalla mera applicazione della sentenza da parte del governo Renzi? 

Valerio Lo Monaco

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