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I nemici delle imprese

Il Prodotto interno Lordo è cresciuto di tanto, potrebbe crescere di più, crescerà sicuramente, anzi no, speriamo bene. Gli istituti di statistica italiani ed europei, la Banca d'Italia, la Bce, la Commissione europea, il Fondo monetario, l'Ocse e vari organismi affini continuano ad emettere previsioni e stime sul futuro dell'economia italiana e di quelle estere basate più sulle speranze che sulla realtà. I dati economici del nostro Paese, quelli reali e quelli stimati, sono in ogni caso inferiori a quelli della media europea. Un fatto che dura da anni e che rappresenta l'aspetto più preoccupante della fase storica che stiamo vivendo. 

Storica perché si è dissolta una parte non indifferente del tessuto industriale del nostro Paese. Quello formato da migliaia di piccole e medie imprese che sono state schiacciate dalla crisi economica internazionale, nata come crisi finanziaria negli Stati Uniti degli ultimi due anni di Bush junior alla Casa Bianca, e che poi si è allargata al resto del mondo. Una crisi che in Italia si è sviluppata sul crollo della domanda interna ed internazionale e alla quale poi si è aggiunta una feroce stretta creditizia che ha penalizzato le piccole e medie imprese impedendogli di investire sull'innovazione tecnologica e di prodotto. Una stretta che, al contrario, non ha toccato gruppi industriali come la Fiat che da anni ha avviato un lento ed inesorabile disimpegno produttivo dall'Italia e ha stabilito all'estero il centro operativo e legale del nuovo gruppo, nato dalla incorporazione della Chrysler. 

Tutte cose note e che sono fisiologiche perché trovano la loro ragione di essere nel peso politico della Fiat e nei legami pluridecennali degli Agnelli, e di altri gruppi come la Pirelli, con il mondo bancario. A questo si deve aggiungere il peso di una legislazione abnorme come quella italiana con tutte le sue norme e i suoi regolamenti, il più delle volte contraddittoria, non interpretabile e inapplicabile. Un mostro giuridico che rappresenta l'occasione più appetibile offerta alle mezze calzette delle burocrazie ministeriali e locali per dimostrare di esistere e bloccare, a piacere, l'attività della cosiddetta società civile. Quindi delle imprese. Anche questo è un aspetto sul quale gli esperti del settore si sono esercitati, sottolineandone i pericoli passati, presenti e futuri senza però che i governi e il Parlamento abbiano mai avuto il coraggio di intervenire per colpire gli interessi coinvolti. Oltretutto, il caos legislativo e regolamentare è molto utile alle decine di avvocati che da sempre siedono sui banchi di Camera e Senato e che ne traggono guadagni per i propri affari. Ma vi è un altro elemento che pesa sulla vita economica italiana ed è l'ostilità preconcetta di una parte del mondo politico italiano verso gli imprenditori. Una parte che si identifica con settori consistenti del Partito Democratico e con le forze che si collocano alla sua Sinistra. Per costoro, chi fa impresa, sempre che non sia legato al mondo delle cooperative rosse, resta comunque uno sfruttatore che intende utilizzare il lavoro dei propri dipendenti per i propri sporchi interessi. Un atteggiamento che in questi politicanti si è ulteriormente inasprito con la crisi economica in corso e con una disoccupazione che ha toccato il 13% ed oltre a livello nazionale ed il 40% e passa tra i giovani. Un atteggiamento che, nelle speranze dei suoi estensori, dovrebbe avere ritorni utili in termini elettoralistici, specie se accompagnata da una campagna martellante, per molti versi fondata, sulla svolta in corso nel cosiddetto “mercato del lavoro”, un termine di per se stesso osceno, all'insegna del precariato, della flessibilità, degli straordinari e dei premi di produzione. 

Alcuni mesi fa, in uno dei tanti talk show televisivi, ormai così simili gli uni agli altri da essere indistinguibili, un esponente del PD se ne è uscito con una considerazione di questo tipo: “Eh sì, c'è la crisi economica, molte imprese chiudono, i dipendenti finiscono per strada ma gli imprenditori continuano a vivere nelle proprie case. Potrebbero venderle ed investire nelle loro imprese”. Il grave è che una simile affermazione è passata nello studio televisivo come se nulla fosse, segno che molti dei presenti, evidentemente schierati, la condividevano. Questo fatto sta a dimostrare che in Italia è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale che deve avvenire nella testa delle persone. Ci si deve rendere conto che nessuno nasce imprenditore, che imprenditori si diventa quando si è colti dalla classica scintilla di una idea nuova e innovativa. Ci si deve rendere conto che una impresa non resiste lì immutabile ed eterna, che una impresa è sottoposta alla incertezza del mercato e al gradimento del mercato per i prodotti che offre. Ci si deve rendere conto che non esiste il posto fisso. Se una impresa produce profitti continua ad operare, altrimenti chiude. E che una impresa non è un ufficio pubblico nel quale di fatto non esistono i licenziamenti per gli scansafatiche, i lavativi e gli assenteisti cronici e professionali, protetti dai sindacati. 

Significativo è poi il riferimento alla casa da vendere (o da svendere) come se un imprenditore, in quanto tale, vivesse sempre e comunque in una villa con piscina e sauna in puro stile hollywoodiano. Un riferimento che sembra quasi nascondere il sogno, in chiave stalinista-sovietica, che un imprenditore o un ex imprenditore vada a vivere in uno di quegli orribili casermoni popolari, progettati dagli architetti di grido, andando a fare compagnia ai propri dipendenti. 

Le affermazioni dell'esponente piddino, del quale non vale la pena ricordare il nome, sono per un altro verso la dimostrazione dello sfascio operato nel nostro Paese da una deteriore cultura, la parola è eccessiva, politica e sindacale incapace di comprendere la realtà sociale ed economica. E soprattutto incapace di comprendere la realtà umana. Una cultura che ha fatto passare il principio della deresponsabilità, per il quale la colpa è sempre degli altri e che le cose, in primis il lavoro, debbano e possano cadere dal cielo. 

Come nella Prima Repubblica, molti, troppi di questi politici sono professionisti della politica. Senza il seggio di parlamentare o di consigliere di amministrazioni locali, sarebbero dei perfetti sconosciuti che nessuna impresa (appunto) assumerebbe mai perché privi di qualsiasi professionalità e preparazione. Autentici cialtroni, mezze calzette che credono, o meglio cercano di fare passare l'idea, che il fatto di essere politici li ponga al di sopra dei comuni mortali, cittadini ed imprenditori. Sono questi politici che rappresentano l'autentica zavorra del nostro Paese e chi riuscirà a metterli nell'angolo, impedendogli di nuocere ancora, sarà il benvenuto. Poi, si spera, il resto seguirà.

Filippo Ghira

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