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McDonald’s Pride: apologia del paninazzo

Le multinazionali che mirano solo a fare soldi sono odiose. Ma quelle che pretendono pure di farci la morale sono persino peggio. Un po’, per dirla in termini musicali (e non meramente discografici), come se il Festival di Sanremo si ergesse a paladino del Valore Artistico della Canzone, rivendicando a massima prova di ciò la sua stessa popolarità: siccome ci seguono in tanti, allora significa che abbiamo un valore. O si vuole dire che sono tutti scemi, i nostri seguaci/fan?

Il teorema – fondamentale nella geometria del marketing, e nell’aritmetica quattrinesca del management – viene puntualmente ripreso da McDonald’s. Che lo utilizza per replicare alle critiche di Carlin Petrini, fondatore e capofila di Slow Food. Lui è da tempo in polemica con l’approccio fin troppo commerciale dell’Expo di Milano e tra le tante alte osservazioni ci ha infilato anche questa: «In tutte le città del mondo esiste Slow Food ed esiste McDonald's. È importante capire la differenza che c'è tra il prezzo e la qualità».

La McReplica è arrivata prontamente, tipo i loro classici menù express (a parte qualche inevitabile attesa negli orari di punta, il che peraltro fa parte del gioco e addirittura lo rafforza: poiché il fast che rallenta causa affollamento non diventa affatto slow, ma viceversa assurge al rango di Super Fast, glorificato dal successo oggettivo della fila). Lo stile non è dei più eleganti, con quella sprezzante sottolineatura del fatto che «migliaia di persone ci scelgono liberamente magari dopo essere passate a visitare l'immenso, triste e poco frequentato padiglione di Slow Food», ma il passaggio decisivo è quest’altro: «Ci domandiamo perché chi proclama l'importanza della biodiversità non accetti poi l'idea della diversità dell'offerta e soprattutto non dimostri rispetto per la libertà e la capacità di scelta delle persone».

Già: perché?

Ai solerti compilatori del comunicato sarà sembrata una grande idea “dialettica”, il mettere sullo stesso piano la biodiversità e la «diversità dell’offerta», ma in effetti è una sciocchezza. Il parallelo è solo apparente, e si esaurisce nel ricorso alla medesima parola: mentre la biodiversità si inscrive nell’ordine originario della Natura, la diversità consumistica in stile McDonald’s si insinua nell’ordine artificioso del business. Di qua c’è il Libro della Creazione, di là il catalogo del postalmarket. E che non si tratti esattamente dello stesso tipo di ricchezza dovrebbe capirlo anche un bambino, se non è stato tirato su solo ad hamburger e coca-cola. E se una volta cresciuto non è finito a lavorare, sollecito come un chierichetto e ossequioso come un sagrestano, per l’ufficio stampa della multinazionale di turno.

Ma la requisitoria, lo abbiamo visto, esibisce un altro caposaldo. Carlin Petrini, mannaggia, non dimostra «rispetto per la libertà e la capacità di scelta delle persone». Incredibile: dopo decenni e decenni di talkshow e di tivù berlusconiana – che berlusconiana rimane anche quando il baraccone non è quello di Mediaset, e magari si spaccia per un allestimento impegnato e “de sinistra” – non ha ancora appreso che a contare sono i numeri, anziché le idee. Il pubblico, che è un altro modo di dire “le folle”, che è un altro modo di dire “la massa”, si valuta in base alla quantità: più se ne cattura, più si ha ragione. L’unicorno è una leggenda, il bestiame una realtà.

Chi volete che lo sappia meglio dei mandriani di matrice USA?

Federico Zamboni

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