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Pregiudizi salvifici

È tempo dell’annuale festival di Cannes, le cui proiezioni, per i comuni fruitori, potranno essere visionate solo prossimamente; nel frattempo, però, ci si potrebbe indirizzare verso un più abbordabile e sicuro cinema d’essai per scovare un certo film presentato proprio l’anno scorso nella suddetta kermesse cinematografica. “Forza maggiore” è il titolo dell’opera, Ruben Östlund il regista.

Senza intrighi impossibili, effetti speciali da cartoni animati ed escamotage pornografici a sostituire la trama, il canovaccio è tanto semplice quanto geniale: una coppia di sposi, con a seguito due figli piccoli, decide di andare a fare una settimana bianca sulle Alpi francesi. Il secondo giorno, dopo avere sciato, la famiglia è riunita sulla terrazza di uno chalet – dirimpetto alla maestosità delle montagne – per pranzare. L’improvviso inizio di una valanga suscita fascinazione tra i numerosi astanti, i quali non possono fare a meno di ammirare lo spettacolo della neve che precipita. La donna, preoccupata per la sua vicinanza, vorrebbe rifugiarsi all’interno della struttura alberghiera, ma il marito la blocca: troppo bello, lo scenario, per non fermarsi ad ammirarlo e magari persino a filmarlo. Ma ecco che l’irruenza della rovina provoca già terrore, e la gente comincia a scappare; quando la fine sembra ormai certa, la donna fa da riparo, come può, ai bambini, mentre invece il marito, raccolti telefono e guanti, si dà alla fuga scavalcando uno dei suoi stessi figli.

La valanga, fortunatamente, con la sua tumultuosa foschia, ha solo sfiorato la terrazza dello chalet – la madre e i bambini sono illesi – ma il misfatto è irreparabilmente avvenuto: quel padre di famiglia ha sacrificato moglie e prole per assicurarsi la salvezza. Da lì in poi si apre un varco di distanze, incomprensioni e altro.

Purtroppo, ed è un vero peccato, il regista non è riuscito né a mantenere la tensione iniziale, né a sostenere soprattutto la tematica portante, sprecando così quella che poteva essere l’occasione di un’opera d’arte fatta e finita. Ciò che potrebbe restare allo spettatore, una volta uscito dal cinema, è qualche riflessione, che fino a un paio d’ore prima gli era forse estranea.

È chiaro che quando scegliamo un compagno/a di vita ci chiediamo se quella persona riuscirà a restare fedele  al suo “mandato”, se ci abbandonerà qualora dovesse andare tutto male o dovessimo finire poveri in canna; se saprà essere paziente e comprensivo/a quando saremo sufficientemente demotivati e al contempo oziosi, quando avremo voglia non di amici e di “svaghi costruttivi”, ma forse solo di fughe remote; ci domandiamo poi se potremo contare sulla sua presenza nel caso di un’eventuale malattia. Inutile mentirsi: le risposte non si hanno e non si avranno, se non durante lo scorrere di questa vita; si può sperare, e certamente credere fino a prestare giuramento, ma non si può mai sapere davvero mai quale sorte ci toccherà. Tanto mistero, che ci lega inesorabilmente a qualcuno in particolare, è giusto e pure bello: bisogna coltivarci, ogni giorno e nonostante il maltempo che ci attraversa, affinché l’annata sia buona. Tutto questo, però, risulta abbastanza normale, vi è invece una domanda che non ci si pone quasi mai: se dovesse esserci un pericolo imminente, proverebbe lui/lei a difenderci a costo della sua vita? 

Per onestà di cronaca, è bene dire che la questione di norma tocca più la parte femminile, perché è chiaro che, per ovvie caratteristiche di forza fisica (e non solo), dovrebbe essere l’uomo a prestarsi maggiormente all’intervento. 

Si dà per scontata la risposta, dicevamo, per la semplicissima ragione che, alla faccia di tutti i veterani dell’illuminismo non ancora scavalcati da una valanga, ci troviamo al cospetto di un sacrosanto e benedetto “pregiudizio”: il dare per assodato che chi ci è a fianco farà di tutto per strapparci da un’imminente minaccia – che va ad attentare alla nostra vita o, peggio, a quella dei nostri figli – fa parte della concretissima stima e fiducia, che nutriamo verso l’altro/a. 

Se venisse a mancare tale certezza – seppure non comprovata – quale tipo di rapporto potrebbe mai instaurarsi, se non uno tremendamente individualista e autoreferenziale? Un anti-rapporto, probabilmente.

Purtroppo, non sono rari i casi di cronaca in cui si apprende di gente che, trovatasi in grave pericolo di vita, non si è fatta alcuno scrupolo a oltrepassare e perfino a calpestare donne, vecchi e bambini, pur di mettere in salvo la propria pellaccia: è il tanto acclamato istinto di sopravvivenza, nella sua versione parossistica, a manifestarsi. Esiste anche questo aspetto, certamente, ma, una volta scampata la morte, chissà cosa succede nell’animo di chi è rimasto, di chi è stato abbandonato e, infine, di chi ha custodito lo spirito della sopravvivenza altrui. Cosa accade, quando una persona cara sorprende e frantuma in tal modo la nostra fede in lei? Accade, senza misericordia alcuna, di trovarsi improvvisamente di fronte a uno sconosciuto: una perdita terribile, perché irrimediabile.

È vero anche che bisogna trovarcisi, in determinate situazioni, per dirsi immuni dal tradimento e ancora fedeli a quel “mandato” speciale, che nessuna norma giuridica o comportamentale può insegnare: esso è in noi, sempre, oppure in alcun altro luogo

In questo caso, per meglio vivere, non resta che affidarci al pregiudizio – fino a prova contraria, indimostrabile nella sua veridicità o falsità – misterioso e ineffabile, come la profonda fede nella persona amata.

Fiorenza Licitra

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