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Una mostruosità odierna, la bellezza a tutti i costi

Bastano un regime alimentare sostenuto, molto sport, trucco, parrucco e infine gli immancabili abiti succinti, per potersi dire di bell’aspetto (leggi “seducenti”)? La risposta che si danno milioni e milioni di persone è senz’altro sì: alla faccia di Madre Natura, tutto, ma proprio tutto può essere manipolabile dall’uomo.

Oggigiorno, si sa, la bellezza, più che coincidere con il bene, aderisce perfettamente ai diktat del marketing, nostro immobile deus ex machina. Avremmo dovuto farcene una ragione anche di questo e, forse, in  parte l’abbiamo pure fatto, se non fosse che adesso il suddetto dono, essendo ormai ridotto a merce fruibile ed esportabile su vastissima scala, deve spettare a chiunque, nessuno escluso.

A dimostrazione di ciò, ecco la storia che negli ultimi giorni è stata riportata – e sicuramente glorificata – dai maggiori quotidiani nazionali ed esteri: Madeline Stuart, una ragazza australiana di diciotto anni, ha deciso di diventare modella, pur essendo affetta dalla sindrome di Down. Così, per combattere il sovrappeso cui il suo male naturalmente la conduce, si è sottoposta a una rigida dieta e a svariate attività fisiche – nuoto cinque volte alla settimana, hip hop e, addirittura, allenamenti per cheerleader – finché, persi venti chili, come infinite altre ragazzette, si è lasciata fotografare senza imbarazzo alcuno e in pose ammiccanti.

Il suo vero intento, ha spiegato Madeline, è quello di fare in modo che, attraverso i suoi scatti, «l’esposizione mediatica aiuti a creare accettazione nella vita» per cambiare il mondo rispetto ai disabili. A supportare l’iniziativa, c’è la madre Roseanne che, mentre si dà da fare per reperire un agente di moda, giustifica la propria partecipazione raccontando di come la gente comune, ogni qual volta incontra un disabile, piuttosto che «affrontarlo e riconoscerlo, preferisce ignorarlo e dimenticare». Per fortuna, continua la genitrice, «Madeline ha deciso di mutare tale mentalità, dimostrando che anche nelle sue condizioni si può essere belle, e che comunque, se proprio gli altri disabili non riuscissero a esserlo, le persone devono accettarli per ciò che sono».

A parte l’epilogo finale, tutto il resto del discorso dovrebbe lasciare abbastanza perplessi; contrariamente alle aspettative, invece, da quando è partito il progetto di diventare modella, la ragazza ha raccolto centinaia di adesioni – 300.000 “seguaci” – divenendo così piuttosto popolare sui social network e non solo.

Partendo dal fatto che i canoni estetici attualmente comandati da questa nostra “società dello spettacolo” sono assolutamente uniformi e massificati – si deve essere sì magrissime, ma formose – sarebbe quanto mai paradossale, oltre che poco veritiero, includere delle figure diverse all’interno dei suoi standard. Per i suddetti parametri, infatti, non sono ad esempio da considerarsi di bell’aspetto nemmeno le persone robuste o anche con solo leggere imperfezioni fisiche, figurarsi qualcuno affetto dalla sindrome di Down. Qui siamo alla presenza del solito buonismo cialtrone, che all’ipotetico e ipocrita fine di fare del bene opera diabolicamente il male. Non c’è, tuttavia, troppo da stupirsi rispetto ai giornaloni acclamanti una “nuova Madeline” o agli sconosciutissimi utenti del web, che con uno sbrigativo “mi piace” parteggiano per le sorti da modella di questa ragazza, salvo poi, nella vita privata, preferire possibilmente la frequentazione di normodotati. Li conosciamo, questi tifosi dell’ultima ora.

 

A suscitare parecchia perplessità, nonché un certo sospetto, sono però i genitori che ruotano intorno alla vita della giovane aspirante mannequin; sono loro che, da una vera e propria trincea, quotidianamente devono affrontare, vivere e forse pure scontare l’irriducibile differenza di una figlia disabile rispetto a un mondo non soltanto normodotato, ma anche con riferimenti estetici e comportamentali che invero escludono ogni pluralismo.

Purtroppo, la storia si ripete anche da avamposti che non ci si aspetterebbe, quelli appunto in cui dovrebbe vigere un maggiore e più sano realismo riguardo a cosa è importante per il riconoscimento della propria dignità e a cosa, ormai, è l’esatto e strumentale contrario.

Fa, allora, impressione pensare che una famiglia, alle prese con problematiche esistenziali di notevole portata, faccia di tutto, non per combattere l’omologazione dilagante cui la società ci riduce – innanzitutto attraverso i suoi monoteistici codici estetici – bensì per assimilare a essa una figlia già troppo diversa.

Sono convinti, quei genitori, sia di renderla migliore, uguagliandola agli altri, sia, a torto o a ragione, di combattere le preclusioni più comuni; invece, in questo modo, non fanno altro che approfondire sempre più il baratro delle distanze, dando sostanzialmente ragione e manforte proprio al tipo di mentalità che vorrebbero sconfiggere.

È bene comunque dire che, al di là del momentaneo clamore mediatico e del buonismo prêt-à-porter, la sconfitta è presto annunciata: Madeline non diventerà mai una Kate Moss, ma verrà trasformata in un triste fenomeno da baraccone, a cui certuni si aggrapperanno per consolare la propria autostima.

Perché, dunque, fare una scelta di questo genere? Perché esporre una ragazza a una garantita e già data umiliazione?

Anziché sulle manifeste e, a volte irrimediabili, carenze di un individuo – siano esse fisiche o mentali – si dovrebbe puntare sulle sue qualità migliori, e in particolar modo quando queste non vengono riconosciute dal contesto livellatore e sempre più anonimo in cui viviamo. Ecco, allora, una sicura battaglia esteriore e, infine, una vittoria interiore: il riconoscimento della propria specificità che, rendendoci finalmente differenti, ci garantisce l’unicità. È un monito, questo, ma vale per tutti noi.

Come insegna il sublime Dostoevskij, la bellezza non serve affatto a riscattare la finitezza della vita, bensì ad attraversare gli sconforti, e persino le miserie, che rendono autentica l’esistenza. A ognuno poi la sua, di salvezza.

Fiorenza Licitra

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