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Business-virus. La FIFA nel mirino dell’FBI

Il calcio è marcio: la rima non è perfetta ma ci si avvicina parecchio. E delle rime, comunque, chi se ne frega. Saltiamo al completamento della frase, e del concetto: il calcio è marcio da un pezzo, e chiunque continui a fare finta che non sia così è giocoforza un illuso ai limiti dell’idiozia oppure uno che ha qualcosa da guadagnarci, vuoi in modo legale, vuoi in modo illegale.

Dando ciò per acquisito (chi abbia dei dubbi può “divertirsi” a digitare on-line le due paroline chiave, corruzione e calcio, e a vedere quanti casi si sono già accumulati, dalle scommesse truccate agli abusi di ogni sorta) non c’è più alcun motivo di stupirsi per le accuse contenute in quest’ultima maxi inchiesta proveniente dagli USA e, semmai, da accogliere con qualche cautela per le possibili implicazioni ostili alla Russia, assegnataria dei Mondiali 2018. Men che meno, c’è da stracciarsi le vesti come se di colpo si fosse scoperto che a custodire il Paradiso Pallonaro c’erano invece dei satanassi della peggiore specie. La sola cosa seria da fare, al contrario, è avventarsi sulla domanda decisiva: come ci siamo arrivati, a cotanto schifo?

L’interrogativo, naturalmente, deve essere ampliato. Primo: era davvero così imprevedibile che, trasformando uno sport in un business, le logiche del profitto avrebbero prevalso su ogni principio di correttezza, sia agonistica che organizzativa? Secondo: invece di passare anni e anni a paventare la temutissima “rottura del giocattolo”, non sarebbe stato il caso di riconoscere pubblicamente che ormai non si trattava più di un gioco, nel senso buono del termine, ma di una cinica messinscena, imperniata sui bisogni psicologici più o meno distorti di popolazioni terribilmente a corto di comunità e di miti?

Ammesso che si fosse in buona fede, e la questione investe innanzitutto i “colleghi” dei media mainstream, le crescenti, stridenti, insormontabili contraddizioni tra la teoria e la pratica avrebbero dovuto balzare all’occhio già da molto tempo. Preso atto del degrado irreversibile, scatta l’obbligo di farla finita con gli infiniti aggiornamenti della cronaca – benché inframmezzati, e mascherati, da pensose riflessioni sulla necessità di un risanamento, o persino di una palingenesi – e arrivare dritti all’epilogo: il paziente non sta migliorando e non si riprenderà né ora né mai, per il semplicissimo motivo che il suo tumore è all’ultimo stadio (stadio, yes).

Viceversa, si è andati avanti a oltranza. Processi del lunedì, del martedì, di ogni stramaledetto giorno della settimana; discussioni a non finire prima-durante-e-dopo ogni fottuta partita, o partitona, o partitella, dai normali match di campionato alle grandiose sfide delle coppe internazionali, e fino ai risibili tornei estivi coi calciatori fuori forma e i tifosi in crisi d’astinenza a caccia di emozioni riflesse, della serie “loro giocano e noi ci eccitiamo”.

Tutto permesso e addirittura legittimato, pur di tenere aperto il baraccone e di lucrare una parte degli enormi incassi complessivi. Giornalisti, o presunti tali, che scambiano gli studi radiofonici e televisivi per dei palcoscenici su cui esibirsi, con ambizioni da showmen e risultati da guitti di quart’ordine. Addetti ai lavori, dai presidenti in giù, che straparlano senza riuscire a controllarsi, tanto poi, se serve, c’è la comodissima via di fuga della rettifica, resa ancora più ipocrita dallo pseudo alibi del “sono stato frainteso”. Affaristi senza scrupoli, e delinquenti a pieno titolo, che saccheggiano tutto il saccheggiabile, alla faccia delle chiacchiere sul fair play, degli appelli a una ritrovata moralità e persino delle inchieste giudiziarie, fatalmente limitate a degli specifici filoni d’indagine.

Bisogna continuare? C’è da augurarsi di no. Per quanto si possa aver amato il calcio come sport, sull’onda delle passioni da ragazzini, l’amara verità è che quello slancio non ha più nessuna ragion d’essere. È solo un riflesso condizionato, un’abitudine sbagliata, un entusiasmo mal riposto. E prima lo si capisce – prima si riesce a liberarsene – meglio è: mai più neanche un euro, a chi ha avvelenato i pozzi del calciodotto. 

Federico Zamboni

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