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La “verità” di Squinzi: più libertà per le imprese

Gli industriali promuovono e criticano allo stesso tempo le manovre economiche del governo. All'assemblea annuale di Confindustria, tenuta a Milano per onorare l'Expo in corso, Giorgio Squinzi ha spiegato che le imprese non hanno richieste specifiche da fare al governo e non intendono lamentarsi ma ha invitato Renzi a non perdere la determinazione finora dimostrata. Quel decisionismo che mancò a Berlusconi, ma questo Squinzi non lo ha detto, e che rappresenta l'approccio necessario per cambiare l'Italia ed avviare la ripresa economica.

Subito dopo, il presidente degli industriali ha messo però sotto accusa le recenti norme in materia ambientale come punitive per le imprese. Sono, ha spiegato, regole tanto assurde che ci viene difficile spiegarle ai nostri colleghi esteri. In altre parole, con norme del genere, scordatevi che qualche azienda estera venga ad investire in Italia. Questo non significa che Confindustria chieda libertà di inquinare ma già ci sono troppe regole, troppe leggi di difficile interpretazione e di ancora più difficile applicazione. Il tutto unito ad una burocrazia cieca ed asfissiante capace solo di mettere ulteriori bastoni tra le ruote a chi voglia creare una nuova attività economica. Ed anche la Tasi che colpisce l'invenduto è una tassa contro le imprese. Siamo insomma sempre ai famosi “lacci e lacciuoli” di cui parlava l'ex governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, poi presidente di Confindustria.

Un'assemblea in tono minore quella di Confindustria visto che Matteo Renzi ha preferito recarsi a Melfi ed intrattenersi con Sergio Marchionne e gli Agnelli-Elkann nello stabilimento di quella Fiat-Chrysler che da tempo è uscita dall'associazione degli industriali per non dover più applicare il contratto nazionale dei metalmeccanici, sostituito da un contratto aziendale, in virtù del quale le buste paga registrano una sempre maggiore incidenza degli straordinari e dei premi di produzione. Confindustria non mi manca, ha fatto sapere da parte sua il manager canadese con residenza in Svizzera.

Una scortesia evidente quella di Renzi ed un infortunio politico non indifferente, anche in vista delle regionali, tanto da spingere il presidente di Assolombarda a commentare ironicamente che è importante (per il capo del governo) trovarsi nei posti giusti. Resta da vedere se si possa definire “giusto” recarsi nella fabbrica di un gruppo che ha smobilitato buona parte della sua struttura produttiva in Italia e snobbare al contrario gli industriali italiani che stanno affrontando un momento difficilissimo, anche in conseguenza di una stretta creditizia praticata da banche controllate da fondazioni per lo più vicine al PD. Una stretta creditizia che, al contrario, non ha interessato la Fiat che, da sempre, può godere delle necessarie protezioni e fruire di legami antichi e consolidati. Una stretta creditizia che impedisce alle imprese di investire sull'innovazione tecnologica e di prodotto che costituisce l'unica maniera di essere competitive e restare sul mercato.

Il governo che a parole si dice “amico” delle imprese in realtà non lo è affatto. Per il presidente di Confindustria, il PD resta un partito nel quale permane quella mentalità tipica della sinistra che vede nell'imprenditore «un nemico della collettività». E di riflesso uno sfruttatore.

Quello che voleva dire Squinzi è che Renzi potrà pure venire da una realtà democristiana ma purtroppo, forse inconsapevolmente, risente di questo atteggiamento della base del partito che lo condiziona e che è costituita in buona parte da ex comunisti. Fredda la replica del ministro per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, una imprenditrice prestata alla politica. «Il governo – ha detto tutta presa dal suo nuovo ruolo – vi ha dato tutte le risposte. Adesso avete il compito anzi l'obbligo di seminare».

 

Il problema resta sempre con quali soldi farlo. In ogni caso, pur essendo freddi i rapporti con la Fiat, la Confindustria intende sposarne la filosofia contrattuale, con la richiesta che i salari siano sempre più legati alla produttività. Da qui l'invito di Squinzi ai sindacati ad una trattativa diretta per regolare i rapporti tra le parti senza che sia qualcun altro, il governo o il Parlamento, a procedervi attraverso una nuova normativa. Una richiesta respinta da Susanna Camusso della Cgil che si è detta preoccupata che una relazione come quella di Squinzi, fondata sul tema dell'innovazione finisca poi per proporre la riduzione dei salari.

Squinzi ha poi reso omaggio alla Bce di Mario Draghi, affermando che è «la sola istituzione che agisce davvero per l'integrità e il rilancio dell'economia». Affermazione quanto mai audace e campata in aria visto che i soldi messi in circolazione dall'istituto centrale di Francoforte hanno permesso alle banche di ricostruire il proprio patrimonio ed in minima parte sono finite alle imprese. Il patron della Mapei ha quindi auspicato una maggiore chiarezza sul cosiddetto Piano Juncker. I circa 300 miliardi di investimenti che il presidente della Commissione europea vorrebbe lanciare in funzione di un New Deal europeo ma che finora è restato lettera morta.

La situazione è infatti seria. Oggi ci sono segnali di risveglio che fanno sperare in una ripresa ma i confini tra crescita e stagnazione economica sono assai sottili. Per questo i germogli del cambiamento devono essere protetti e difesi e aiutati a crescere. Da parte loro, le imprese vogliono, o vorrebbero, immettere nella loro attività lo stesso coraggio e la stessa voglia di rischiare che dimostrarono le imprese italiane che furono protagoniste della ricostruzione negli anni del dopoguerra. Sta alla politica metterle nella condizione di farlo.

Filippo Ghira

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