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Egregi Black Bloc, il sistema vi ringrazia

«Missione compiuta, a Milano!».

La citazione è fittizia, ma c’è da scommettere che in moltissimi la attribuirebbero – la affibbierebbero – ai Black Bloc. Per forza: i media hanno martellato a senso unico la versione ufficiale, che peraltro si incardina su degli schemi che sono vecchi di decenni (vedi l’etichetta di Anni di piombo e la sostanziale equiparazione di estremismo e terrorismo), e gli sprovveduti si sono adeguati di slancio. Convintissimi, anzi, che non ci fosse bisogno di alcuna riflessione particolare, essendo tutto così chiaro: da una parte c’è l’immensa moltitudine dei buoni, ovvero i cittadini perbene e le pubbliche istituzioni che vegliano su di loro, e dall’altra i manipoli dei cattivi di turno, che mirano solo a scatenare la loro violenza vandalica. Di fronte all’aggressione distruttrice dei teppisti, che hanno persino incendiato delle auto in sosta, non c’è che da rinserrare le file degli onesti e alzare un muro compatto di concordia e legalità. In sintesi: di ordine pubblico.

Ecco fatto. La contrapposizione è elementare e la capirebbe anche un bambino. Essendo palesemente impossibile solidarizzare con chi si diverte solo a spaccare tutto, senza prendersi la briga di fornire (e ancora prima di fornire a sé stesso) uno straccio di ragionamento degno di tal nome, sembra ovvio che l’unica alternativa possibile sia schierarsi dalla parte opposta.

Appunto: sembra. Ciò che in troppi non capiscono è che prima di schierarsi di qua o di là bisognerebbe riflettere attentamente sui termini in cui viene formulato il problema. Il conflitto. L’aut-aut.

La logica, che dovrebbe sempre far alzare le antenne e indurre alla massima cautela, è quella iper semplificata del dualismo obbligatorio, la cui apparente nitidezza è tanto gradita, e tanto utile, al sistema. Ossia a chi ne tira i fili. Se le opzioni si riducono a due, si dovrà propendere giocoforza per l’una o per l’altra. E non c’è dubbio che si tenderà a favorire quella che appare più compatibile con il proprio (proprio?!) modo di pensare. Quand’anche non si tratti di un’identificazione piena, avrà comunque l’attrattiva di risultare meno estranea e insidiosa, specialmente nell’immediato. Anche se, naturalmente, non è detto che sia davvero benefica.

Torniamo agli incidenti di Milano, allora. L’inaugurazione dell’Expo – che tra l’altro, essendo avvenuta il primo maggio, è servita a mettere in ombra la Festa dei Lavoratori, suggerendo un’ulteriore contrapposizione tra il dinamismo globale della maxi rassegna sul cibo e le ormai superate celebrazioni dei diritti sindacali – era stata preceduta dalle note vicende di corruzione e da parecchi altri dubbi sull’effettiva vantaggiosità della kermesse, dall’impatto urbanistico al recupero dei costi sia diretti che indiretti. Per il governo, e quindi per le forze economiche che hanno interesse a sostenerlo, era essenziale ripulirne l’immagine e riportarla a essere, com’era negli intendimenti, il vessillo del rilancio economico nazionale, nella rinnovata prospettiva dell’Italia renziana di matrice neoiberista.

Nulla di più semplice, perciò, che accrescere la luminosità dell’evento facendo in modo che si andasse a stagliare su uno sfondo che fosse, viceversa, il più tenebroso possibile. Invece di fermare preventivamente i Black Bloc, quando pure se ne conoscevano con ampio anticipo le intenzioni, si è preferito lasciarli fare. Perché erano perfetti, rispetto alla rappresentazione che doveva andare in scena.

«Missione compiuta, a Milano!».

E a questo punto la frase, benché immaginaria, ha trovato i suoi veri destinatari.

Federico Zamboni

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