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Il lavoro che non c'è

In Italia il lavoro non c'è e non ci sarà ancora per molto tempo. Questa l'amara realtà che emerge dai dati ufficiali sull'occupazione nel nostro Paese. Dati che ci dicono che nel periodo 2007-2014 la disoccupazione è aumentata più del doppio rispetto alla media europea. Una disoccupazione che, e questo è l'aspetto più grave, ha colpito quella che era una caratteristica tipica degli italiani: l'arte di arrangiarsi. 

Anche il lavoro nero, il lavoro precario, ne è stato infatti colpito con riflessi economici pesantissimi sul livello di vita di milioni di cittadini. Non ci sono più i lavori saltuari, quelli che permettevano di raggranellare qualche spicciolo in più. Chi te lo potrebbe offrire, preferisce darlo a degli stranieri che sono più affamati, più flessibili e, teoricamente, hanno meno pretese e danno meno fastidi di tipo legale. Il presente e il futuro sono neri soprattutto per i giovani. Vantiamo, si fa per dire, il più alto livello di disoccupazione in Europa tra i 15 e i 24 anni. Moltissimi di loro, i cosiddetti “neet”, per utilizzare la solita insopportabile terminologia anglofona, scoraggiati dall'aria che tira nel settore hanno rinunciato a cercare un lavoro e quel che è più grave hanno smesso pure di studiare e di aggiornarsi, per accrescere la propria preparazione di base. 

Un'altra pietra tombale sul nostro futuro perché è chiaro che se non si istruiscono i quadri di domani, quando il vento sarà sperabilmente cambiato, non riusciremo a coprire la domanda che verrà dalle imprese. 

Collegata ovviamente al livello di disoccupazione, considerato che ne è la premessa, è il calo della produzione industriale, crollata del 25% in sette anni. Una enormità, ma consoliamoci, visto che la Spagna ha perso circa un 30%. Un fenomeno che in Italia è antico, essendo stato avviato con lo smantellamento dell'industria pubblica imposto all'Italia nei primi anni della cosiddetta Seconda Repubblica. Quindi, in buona sostanza, dopo il 1992. Un aspetto che molti, troppi, tendono a sminuire se non addirittura ad ignorare. Ma è da lì che bisogna partire. 

L'impresa pubblica, sia pure con molti dei suoi limiti, aveva assicurato commesse, lavoro ed occupazioni. Molte volte questo aveva comportato l'installazione dell'attività produttiva nel collegio elettorale di questo o quel politico ma quell'industria fungeva da effetto moltiplicatore per molte altre attività sul territorio. Imprese fornitrici di beni (componenti) e di servizi. Il classico modello keynesiano che i politici democristiani e socialisti avevano fatto proprio. Smantellate o privatizzate tali aziende, l'effetto moltiplicatore ha funzionato all'inverso ed è stata notte fonda. 

Si potrebbe osservare, anzi si dovrebbe, che molto spesso tali attività delle aziende madri finivano per essere in perdita, ed era un ente pubblico come l'Iri, quindi il contribuente, ad intervenire finanziariamente e coprire il rosso. Ma si trattava comunque di una realtà finanziariamente sopportabile e comune anche ad altri Paesi europei, tanto per dirne uno la Germania. La privatizzazione di settori pubblici come la siderurgia, la telefonia (Telecom), l'industria petrolifera (Eni) e la cessione del loro controllo a soggetti esteri, quindi una nostra colonizzazione, hanno avuto un effetto devastante sia sotto l'aspetto politico-economico che occupazionale, gettando le premesse per trasformarci da mercato produttivo in un semplice mercato di sbocco per prodotti esteri.

Con l'attività produttiva è calato di riflesso anche il reddito disponibile. Da qui il crollo di un settore, come quello dell'edilizia e delle costruzioni che in una città come Roma rappresenta da sempre il primo per livello dell'occupazione e che in Italia rappresenta la pietra angolare della ricchezza delle famiglie. Gli investimenti nel mattone (l'85% degli italiani possiede almeno un appartamento) sono infatti da sempre il segnale della salute dell'economia interna. 

Al di là delle aride cifre offerte dagli istituti di statistica, al di là degli amari paragoni con gli altri Paesi, quello che sembra emergere è un generale senso di sconforto e di rassegnazione che coinvolge non solo i disoccupati ma anche gli occupati. Chi ha un lavoro cerca disperatamente di tenerselo a tutti i costi, accettando anche nuove condizioni capestro sui ritmi di lavoro e sulle retribuzioni, sempre più legate agli straordinari e ai risultati. Un modello stakanovista che, non a caso, ha visto l'inesorabile e progressiva marginalizzazione di un sindacato fino a poco tempo fa egemone tra i metalmeccanici, come la Fiom-Cgil che della difesa dei diritti aveva fatto la propria bandiera. Un modello che ha registrato la fisiologica sostituzione dei contratti nazionali con contratti aziendali. Il caso più eclatante, che ha funzionato da battistrada, è stato quello della Fiat. 

La crisi finanziaria del 2007-2008, provocata dalle speculazioni delle banche anglo-americane, alle quali si erano accodate quelle europee ed italiane, ha fatto il resto. Obbligate per sopravvivere a ricostruire il capitale proprio, le banche italiane, pur gonfie dei prestiti a tasso irrisorio della Bce, hanno smesso di fare credito alle imprese o hanno preso a concederlo a condizioni troppo onerose, preferendo farlo allo Stato, comprando a man bassa Bot, Cct e Btp. Da qui un'ulteriore mazzata alle imprese e all'occupazione. 

Ora in molti sperano che il Jobs Acrt di Renzi, che di fatto ha liberalizzato i licenziamenti, possa invogliare le imprese ad assumere. Ma si tratta di una follia. Le imprese non assumono semplicemente perché non hanno commesse dall'estero e dal mercato interno, perché l'economia mondiale, Cina esclusa, non tira nonostante le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per stimolare la domanda. E le imprese non assumono e quelle nuove non aprono perché, in Italia, si trovano di fronte ad una burocrazia ottusa, criminale e autoreferenziale che crea ostacoli all'attività industriale e a nuove attività solo per il gusto di dimostrare di esistere e di contare qualcosa.

Filippo Ghira

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