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Gli Usa non tirano più, altro che crescita al 3%…

L'economia statunitense continua a crescere, ma troppo poco. I dati ufficiali parlano di un Pil che ha registrato un più 0,2% nel primo trimestre dell'anno contro uno stimato e sperato 1%. Negli Usa come in Europa, l'espansione della liquidità circolante nel sistema è servita quindi a ben poco, in quanto ha avuto l'unico risultato di consentire alle banche di ricostruire ulteriormente il proprio patrimonio. 

Quando si prendono soldi in prestito dalle Banche Centrali a tassi di interesse irrisori (tra lo 0 e lo 0,25%) e si girano all'economia reale, imprese e cittadini, a tassi eclatanti, il risultato non può che essere questo. Un risultato in linea con la filosofia tutta statunitense dell'indebitamento costante e che implica un trasferimento di ricchezza reale a tutto favore delle centrali finanziarie. I dati negativi dell'economia, l'anno scorso si parlava di una economia Usa in crescita del 3%, hanno depresso i listini di Wall Street e di riflesso quelli delle principali borse europee che speravano che la domanda dell'economia Usa avrebbe rappresentato una valvola di sfogo per quella dell'Eurozona. 

Niente da fare quindi, bisognerà sperare nella crescita della Cina dove si registrano i non pochi scricchiolii di una economia cresciuta troppo e contrassegnata sia da un forte indebitamento che da enormi squilibri sociali, tra una casta di nuovi ricchi e la gran massa di cittadini che tirano la cinghia. 

La Federal Reserve, alla quale tocca il compito di fissare i tassi di interesse da praticare ai propri soci azionisti (!), ha deciso di prendere tempo sul già annunciato rialzo. Janet Yellen ha spiegato che è meglio rimandare ogni decisione a dopo l'estate anche se, cercando di mostrarsi rassicurante, ha sottolineato che il rallentamento dell'economia è dovuto a “fattori transitori”. In realtà, a voler bene analizzare la struttura dell'economia Usa, il rallentamento dell'economia è fisiologico ed è dovuto al calo della domanda interna. L'economia statunitense è da tempo diventata marginale nelle sue esportazioni. Adesso si trova al terzo posto nella classifica globale dietro Cina e Germania. I prodotti Usa non tirano più come una volta e, tranne che nell'alta tecnologia, trovano non poche difficoltà ad affermarsi sui mercati. Così, per pompare i consumi si incoraggiano i cittadini ad indebitarsi per comprare qualsiasi cosa. Dal mutuo per la casa all'automobile, dal televisore alla retta per il college e l'università dei figli fino ai consumi più spiccioli. Come al solito. 

Una impostazione operativa che Obama ha chiesto all'Europa di fare propria. Quando il presidente afferma che l'Unione Europea “deve fare di più per la crescita” si riferisce appunto a questo. L'economia deve essere “drogata” altrimenti il meccanismo si inceppa. Ma c'è un livello oltre il quale non ci si può fisiologicamente spingere e quel livello è stato oltrepassato da un bel pezzo. La Yellen, da parte sua, ha precisato che i tassi di interesse saranno alzati quando l'inflazione annua sarà tornata al livello di circa il 2%, quello considerato ideale anche dalla Bce di Draghi per consentire alle imprese di guadagnare. E quando il mercato del lavoro avrà dato segnali di un miglioramento. Due affermazioni che la dicono lunga sulla realtà dell'economia Usa, come di quella europea. 

Dal punto di vista strettamente economico, la prima conferma che le massicce immissioni di liquidità nel sistema non sono servite a nulla. Nulla è cambiato dal 2008, quando esplose la bolla di Wall Street, guarda caso in conseguenza delle speculazioni delle varie Lehman Brothers e Goldman Sachs, gonfie di denaro grazie alla politica dei tassi di interessi bassi praticate dalla Fed. Una Banca centrale che oggi come allora sostiene i propri azionisti. Quanto invece ai problemi del mercato del lavoro, essi sono la dimostrazione che non tutto è rose e fiori negli Usa dove il posto fisso nel lungo termine è una chimera e la mobilità rappresenta la regola. E dovrebbe indurre ad una riflessione quanti spingono, in Italia come nel resto dell'Unione, perché i rapporti di lavoro mutino all'insegna del precariato e di una maggiore flessibilità.

Filippo Ghira

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