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Mafia Capitale, seconda puntata. Ma il format continua

Una lettura istruttiva, diciamo così. Le due ordinanze del Tribunale di Roma inerenti a Mafia Capitale sono facilmente reperibili on-line e si possono scaricare gratis in versione integrale e in formato pdf. Ovviamente, vista la lunghezza complessiva che è prossima alle 1700 pagine, ben pochi avranno il tempo e la pazienza necessari a sorbirsi tutto da cima a fondo, ma per comprenderne il senso può bastare molto meno. E questo senso complessivo si riassume benissimo in un’espressione assai sintetica, che ha il solo difetto di sembrare all’insegna del qualunquismo: è tutto uno schifo.

Diciamolo meglio: Roma, la Roma odierna, e l’Italia, l’Italia in cui viviamo, sono uno schifo. Un intreccio spaventosamente ramificato di crimini grandi e piccoli, di abusi eccezionali oppure quotidiani, di criminali a pieno titolo e di complici/fiancheggiatori che apparentemente non lo sono, di connivenze di altissimo profilo e di convenienze magari infime ma funzionali al degrado generale. Al disegno generale. Che non è certo quello dei boss malavitosi alla Massimo Carminati – per quanto egli e i suoi collaboratori di vertice possano controllarne non pochi aspetti – ma qualcosa di enormemente più ampio, complesso, strategico.

In gran parte ne abbiamo già scritto nel dicembre scorso, quando ci fu la prima ondata di arresti. Le chiavi di lettura restano giocoforza le stesse, continuando a trattarsi del medesimo fenomeno, ma va aggiunta un’angolazione supplementare. Quella che riguarda gli individui che operano ai margini della delinquenza vera e propria, essendo però compartecipi dello stesso cinismo e della mancanza di scrupoli. Soggetti che magari non commettono reati in prima persona, oppure ne commettono di modesta entità (specie se considerati a uno a uno, anziché nella loro dannosità d’insieme), e che tuttavia non hanno alcuna remora a entrare in rapporto coi criminali di professione, confidando di trarne vantaggio.

La questione, del resto, riguarda anche le forze dell’ordine, nel momento in cui esse ricorrono ai confidenti e, in nome della necessità di acquisire informazioni utili su ciò che si muove nella penombra dell’illegalità, rinunciano ad applicare rigorosamente la legge. La giustificazione abituale è nota. Non è lassismo, ma sono dei metodi investigativi, della serie “chiudiamo un occhio con Tizio per acchiappare Caio”. Ammettiamolo pure, in linea di principio. E ammettiamolo nonostante il ribrezzo che va provato per tutti i cosiddetti pentiti che in effetti sono solo dei delatori, tanto ignobili nel tradire gli ex complici quanto lo erano stati in precedenza nel commettere reati ai danni di vittime incolpevoli. La giustificazione, comunque, regge solo a patto che l’ipotesi sia verificata e che, quindi, l’obiettivo sia raggiunto. E raggiunto, attenzione, non soltanto nei limiti della singola indagine, ma ai fini di una bonifica generale.

 

Ciò che emerge benissimo dalle suddette ordinanze, viceversa, è che questo ipotetico risanamento è una chimera. La classica, ottimistica contrapposizione tra le autorità pubbliche e i fuorilegge è spesso sostituita da una coesistenza ad assetto variabile – ma a immoralità costante – tra i diversi potentati che si vengono affermando sulla scena sociale. C’è chi emerge usurpando la democrazia, come i politicanti; chi ci riesce estremizzando, e stravolgendo, l’idea di libera impresa, come gli speculatori; e chi non fa nemmeno finta di attenersi alle regole, come i gangster. La parola d’ordine, per tutti loro, è trovare un modus vivendi. Ovvero, nell’era del dio Quattrino, un modus lucrandi.  

Il cittadino comune, al contrario, è abbandonato a sé stesso. Quando Carminati & C. decidono di acquisire un terreno sulla via Cassia, e terrorizzano il proprietario allo scopo di “convincerlo”, il malcapitato non si sogna nemmeno di reagire nel modo che dovrebbe essere il più naturale, ossia sporgendo un’immediata denuncia. Niente affatto. La vittima designata si macera nell’angoscia. Perché è conscia di essere sola, all’atto pratico. L’eventuale denuncia avrà comunque tempi lunghi, accertamenti difficoltosi, esiti incerti. E intanto il boss e i suoi scherani resteranno a piede libero, in grado di agire come vorranno. Gliel’hanno detto loro stessi, giusto? «Te lì non ce farai mai niente, perché tu, come apri, te famo… te armiamo un casino. Allora devi dì o sì o no. Se è sì o no. Se è no tu sai che c’hai un nemico, preparati».

Il problema, d’altronde, non è la mera osservanza delle leggi, ma la piena riconquista di un senso morale. Un atteggiamento – un orientamento – che non guarda alle normative esistenti, e al relativo sistema giudiziario, per capire dove e in che misura si possono aggirare senza conseguenze o con rischi limitati.

L’obiettivo, perciò, non deve essere solo il ripristino della legalità, ma il risorgere dell’onestà, sia individuale che collettiva. Una differenza cruciale. Che speriamo sia già chiara ai nostri lettori abituali, ma che vale la pena di ricordare esplicitamente per essere sicuri che non ci siano equivoci. L’onestà, come da etimologia, rimanda a un’idea di onore, che spazia a tutto campo tra il privato e il pubblico e che fa della correttezza non già un adempimento sociale ma una necessità interiore. Non una regola da seguire ma un principio da incarnare. L’onestà ha lo slancio e la solidità dei valori assoluti. La legalità, invece, è solo un riflesso di ciò che stabilisce qualcun altro, ovvero le classi dirigenti che hanno il potere di elaborare le leggi, solitamente modellandole a proprio uso e consumo.

L’onestà è una diga. La legalità una serie di boe. E lo capisce anche un bambino quale delle due offre maggiori garanzie.

Federico Zamboni  

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